Qualche buona notizia che arriva da Hormuz

Iran e Oman stanno finalizzando un accordo di due mesi per la navigazione commerciale dello Stretto. Ma ci vorrà tempo prima di vedere gli effetti sui prezzi

Francesco Morosini

Parrebbe una buona notizia. L’Iran e l’Oman sono alla finalizzazione di un accordo sulla navigazione commerciale dello Stretto di Hormuz. Durerebbe due mesi e sarebbe prodromo di un possibile accordo con gli USA. La cosa ci riguarda da vicino. Infatti, come sostiene l’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI) in un recentissimo rapporto, Europa e Medioriente appartengono alla stessa area geostrategica e geoeconomica.

Certo, l’Italia è connessa allo Stretto di Hormuz per l’economia delle materie prime energetiche. Tuttavia la partita è più ampia. Riguarda la sicurezza alimentare come pure quella di infrastrutture digitali sottomarine necessarie al funzionamento del Paese. Infatti sui fondali di Hormuz corrono cavi di fibre ottiche che consentono il traffico internet tra Asia, Medioriente e Europa. Qui un sabotaggio peserebbe quanto, forse più, di un blocco dei flussi petroliferi.

Certo, l’accordo tra Iran e Oman tranquillizza. Però con prudenza. La prima questione riguarda le aspettative sui prezzi. La BCE mette le mani avanti. Infatti nell’ultimo Bollettino economico (n° 5, agosto 2026) afferma che l’effetto inflattivo dello shock energetico di Hormuz deve ancora manifestarsi appieno. Nel senso che la traslazione dei costi dalle imprese ai prezzi di vendita richiede tempo. Facile che arrivi al 2027. Per fortuna il fantasma dell’iperinflazione è lontano; ma resterà l’inflazione al carrello.

Per capire quanto potrà accadere alle tasche dei consumatori bisogna guardare più ai prezzi dei prodotti raffinati che al petrolio. Che corrono più veloci di questo. Il motivo è che sono state distrutte dai bombardamenti molte raffinerie. Significa tensione sui prezzi lungo tutta la filiera, dal trasporto al mercato finale. L’unica cura è la riduzione delle aspettative inflattive, meglio se per tregua che per politica monetaria. Cosa che allieterebbe le Autorità monetarie così esentate da impopolari strette.

Altra questione interessante è l’economia di guerra dell’Iran, concepita per evitare la marginalizzazione di Hormuz. Regge sulla capacità di Teheran di controllare grazie agli Houthi lo Stretto di Bab el-Mandeb, la porta che collega Oceano Indiano e Mediterraneo via Mar Rosso e Canale di Suez. Significa che tutta l’area deve fare i conti con Teheran. Quindi per l’Iran il rapporto con gli Houthi è anche una polizza tutoria della strategicità di Hormuz, la sua atomica geopolitica.

Altra novità è che pare cambiare la geoeconomia del commercio marittimo negli stretti. Cioè finisce in essi la libertà di transito senza vincoli. È infatti probabile che servirà un ticket per navigare in Hormuz.

Certo l’Iran eviterà i pedaggi per rispetto formale della convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Applicherà invece una sorta di tassa di servizio, utile a copertura dei rischi assicurativi. Sarà una riscrizione del concetto di sicurezza marittima. È un ridisegno del potere globale che, dice l’ISPI, ci imporrebbe un’attenta diplomazia mediterranea.

 

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