Il campo largo distratto sulla riforma elettorale

Al Senato è incardinata una legge che non solo prevede un cospicuo premio di maggioranza a favore della coalizione che ottenga più del 42 per cento dei voti e l’indicazione vincolante del futuro Presidente del Consiglio, ma pure piena accettazione del sistema delle liste bloccate

Sergio Bartole
La Camera dei deputati
La Camera dei deputati

Conviene fare il punto sull’iter della proposta di riforma della legge elettorale.

Allo stato attuale regna notevole confusione.

Ad esempio, i sostenitori del cosiddetto campo largo che non sono agrimensori professionisti ma – come i loro antagonisti sul fronte opposto – politici di non sempre soddisfacente continuità, farebbero bene a smettere di cantare gloria per la reiezione ad opera della Camera dei Deputati della rabberciata proposta dei governativi in tema di preferenze elettorali, reiezione dovuta più alle faide interne alla maggioranza che alla loro abilità manovriera.

Dovrebbero guardare invece con freddezza allo stato dei fatti.

Oggi al Senato è incardinata una legge che non solo prevede un cospicuo premio di maggioranza a favore della coalizione che ottenga più del 42 per cento dei voti e l’indicazione vincolante del futuro Presidente del Consiglio, ma pure – paradossalmente anche per effetto del ricordato voto della Camera dei deputati – piena accettazione del sistema delle liste bloccate, oltre alla nullificazione del peso elettorale dei voti ottenuti da partiti minori in sede di assegnazione del premio.

È su questi temi che i suddetti mancati agrimensori debbono indirizzare l’attenzione loro e degli elettori affinché questi facciano sentire la loro opinione a chi in Parlamento, come i partiti minori dell’attuale coalizione di governo, rischia di farsi intrappolare nel disegno di potere del partito di maggioranza relativa, e prepararli nel contempo alla prospettiva di ricorsi alla Corte costituzionale per contestare la legittimità delle normative testé ricordate che contrastano con gli insegnamenti di quella Corte con riguardo sia alla limitazione del voto di preferenza che all’entità del premio di maggioranza.

L’apparente intesa raggiunta dalla maggioranza sul tema delle preferenze in sede circoscrizionale con riproposizione della già bocciata proposta governativa, lascia più di un’insoddisfazione nella misura in cui, bloccati i capilista, equivocamente consente scelte per gli altri candidati con dubbia garanzia di genere.

Inoltre, come già al momento del voto della Camera, restano ancora bloccati i listini dei candidati destinati a ricoprire, in caso di operatività del premio di maggioranza, i seggi assegnati alla coalizione vincente, circoscrizione per circoscrizione.

Non è chiaro se i partiti della coalizione di governo si rendono conto che i numeri del premio di maggioranza (70 seggi alla Camera dei deputati e 35 al Senato della Repubblica senza preferenze) trasformano lo stesso premio in un vantaggio per la coalizione vincente funzionale non solo alla governabilità ma anche ad un controllo totale del Parlamento nell’esercizio di tutte le sue funzioni anche non legislative.

È quanto sostengono i partiti di opposizione, temendo che la coalizione vincente possa eleggere direttamente il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali di spettanza parlamentare disponendo di un numero di voti sufficiente o quasi sufficiente (con l’appoggio di qualche franco tiratore) ad ottenere le richieste maggioranze qualificate.

Infine mancano elementi sufficienti per escludere che la scelta diretta del Presidente del Consiglio nullifichi il potere del Capo dello Stato in materia vincolandone la scelta nel momento postelettorale o in momenti successivi di crisi governativa.

Al riguardo la posizione della stessa minoranza può risultare dubbia se si pensa alle idee che corrono sull’introduzione del ballottaggio in caso di mancato raggiungimento della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza da parte di ambedue i fronti contrapposti.

E non è da escludere che nelle convulse vicende della chiusura dell’iter senatoriale qualcuno del centro – sinistra recuperi l’antica idea del Sindaco per l’Italia.

Per quanto uscita da un governo di coalizione, la proposta in discussione al Senato ripercorre la strada della personalizzazione del potere individuando nel leader della coalizione il portatore esclusivo dell’indirizzo politico con la necessaria emarginazione dei partiti minori che sono la caratteristica del pluralismo politico italiano e con i quali ogni Governo dovrebbe fare i conti.

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