Migranti, l'asse Meloni-Frederiksen e la mossa del cavallo che spiazza la sinistra
L'intesa tra la premier italiana e la leader socialdemocratica danese punta a riscrivere la narrazione Ue e lancia una sfida al campo progressista sul tema della sicurezza

Comunque la si pensi, la “strana coppia” formata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen è una notizia di rilievo. Un’intesa inedita che mescola le carte, puntando sul versante italiano a modificare la narrazione della gestione delle politiche migratorie. Sul tema delle recentissime crisi in materia e delle normative europee ha spiegato tutto su questo giornale Marco Zatterin.
Per Meloni (e le destre populiste, in particolare nella versione del nazionalpopulismo) i migranti sono un (anzi, “il”) tema di campagna elettorale permanente per antonomasia; e le sue reazioni all’emergenza di Ceuta sono state puramente propagandistiche (e sbagliate).
Ecco arrivare, allora, la nota congiunta con la premier socialdemocratica danese, la quale costituisce appunto una novità riguardo quella che, al di là delle contrapposte ideologie, rappresenta una questione vera (e a sinistra troppo spesso sottovalutata).
La presidente del Consiglio sembrava intrappolata nell’angolo identitario dopo l’inasprimento dello scontro con la Spagna di Pedro Sánchez – un “arrocco sovranista” collegato anche alla concorrenza dell’estrema destra di Futuro nazionale – ma, con questa “mossa del cavallo” da manuale dello spin doctoring, ha provato a sparigliare le carte. Il messaggio siglato con la collega scandinava sull’esigenza di combattere gli arrivi incontrollati di migranti punta (rimane naturalmente tutto da vedere quanto le riuscirà effettivamente) a riscrivere parzialmente lo storytelling e l’agenda del discorso pubblico sulle migrazioni in Europa.
L’asse Roma-Copenaghen serve a Meloni per depotenziare l’accusa di isolamento internazionale mentre opta appunto, al contempo, per non esacerbare le relazioni con la Germania di Merz, che vuole rispedire qui i “migranti secondari” già approdati sulle coste italiane. Sono i nodi che arrivano al pettine della costante ambiguità meloniana nelle dinamiche Ue e – dal momento che ogni nazione continentale ha i “Vannacci di casa propria” – delle competizioni elettorali nazionali.
Di qui, l’asse con Frederiksen, pragmatica esponente di primo piano delle socialdemocrazie nordiche la quale, facendosi paladina di una “linea dura” sui flussi migratori, ha ridimensionato significativamente le destre populiste interne. Questo asse sicuritario ha, dal punto di vista meloniano, una strumentalità evidente, ma possiede appunto una sua innegabile novità poiché risuona anche in determinati segmenti moderati del centrosinistra. La fascinazione per il rigore non risulta affatto estranea al campo progressista italiano: ha nutrito la stagione dei cosiddetti “sindaci sceriffi”, e trova una sponda importante nell’elettorato del Movimento 5 Stelle.
La premier getta così la palla delle contraddizioni nel campo avversario. E rimane per la sinistra il nodo di fondo: il problema sicurezza – specie con riferimento alla microcriminalità quotidiana – non è solo “percezione”. E anche quando le statistiche vanno in direzione contraria rimane il dato di fatto che le percezioni fanno le opinioni (ancor più nel mondo della postverità), e con esse bisogna fare i conti e non liquidarle semplicemente con un’alzata di spalle.
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