La Bce non può fermare da sola l’inflazione
Il 10 settembre dovrà decidere sui tassi di interesse, ma la corsa dei prezzi è prima geopolitica che economica. L’unica vera soluzione sarebbe la diplomazia

Per Eurostat, l’ufficio di statistica dell’Unione europea (Ue), avremo ancora tensioni inflattive. L’istituto, nel raccontarne graficamente la storia in questo XXI secolo, aiuta a capirne la dinamica. I primi anni sono tranquilli per i prezzi. Talvolta sono pure sotto quel 2 per cento che è l’obiettivo della Bce. L’inflazione esplode con il Covid (raggiunge il 10,9 nell’ottobre del ’22) per poi calare. Riparte il febbraio del ’26. È la guerra russo/Ucraina a farle riprendere, pur senza slanci travolgenti, la corsa. Oggi favorita pure dalle tensioni con l’Iran.
Eurostat rileva che le spinte sui prezzi vengono da materie prime quali gas e petrolio i cui derivati sono essenziali per il trasporto, l’industria farmaceutica, l’agricoltura e la produzione di energia. Significa che i loro incrementi di prezzo si trasmettono lungo le catene produttive fino a impattare sui carrelli della spesa e sui distributori di carburante. Di qui le preoccupazioni dei cittadini.
Però l’inflazione potrebbe essere maggiore. Merito della Bce che, pur agendo con prudenza per evitare la recessione (i tassi finora aumentati al livello dell’inflazione), vigila. Lo fa annunciando ai mercati la sua volontà antinflattiva. Ne tradisce, data la sua credibilità, le aspettative senza “tirare” troppo il freno monetario. È aiutata dalla Cina che, obbligata all’export dalla debolezza della domanda interna, agisce da attore globale deflattivo.
Nondimeno restano comunque le difficoltà della Bce che vede avvicinarsi con l’inflazione di fine estate pure il giorno (10 settembre) in cui dovrà decidere sui tassi di interesse. Ben sapendo, come già visto, la difficoltà di ricorrervi per combattere una corsa dei prezzi che è prima geopolitica che economica. Perché qui il freno monetario perde efficacia ed espone l’Eurotower al dissenso politico. Invero, il Banchiere Centrale, in Europa come negli Usa, rischia di apparire un “profeta disarmato” dinnanzi a un’inflazione bellica.
Che basterebbe una tregua a far svanire. Ad ogni modo per Eurostat l’inflazione in Euroarea a luglio è stata del 2,9%. È in crescita su giugno. Soprattutto è interessante osservare l’andamento dei prezzi per settore merceologico. Il record lo fa il settore energia raggiungendo il 10,3%. Indica l’effetto inflazione di Hormuz. Lo chiarisce per contrasto l’inflazione “core” (vi sono esclusi i beni alimentari e l’energia) che si limita al 2,5 per cento.
È evidente che l’Eurozona sconta prezzi che hanno una dinamica extraeconomica. Infatti vi incide pure il cambiamento climatico, attraverso la contrazione dell’offerta agricola per siccità. Il timore è che così nell’autunno potrebbero aggiungersi altre dosi d’inflazione. Il problema è che le sue origini bellico/ambientali sfuggono alle normali, e pur necessarie, politiche congiunturali. Difatti qui l’unica politica economica antinflattiva sarebbe la diplomazia. In alternativa, come negli anni ‘70 del ‘900, forse dovremmo temere il ritorno della stagflation (inflazione e recessione assieme).
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