Il piano dei leader europei per blindare la Bce
Le fonti ufficiali della Bce negano che Lagarde abbia deciso di lasciare la presidenza prima della fine del mandato, ma la voce continua a rimbalzare. Dietro la scelta ci sarebbe il timore di Macron, Sanchez e Merz di consegnare la scelta del successore a governi euroscettici

Certe smentite sono comprensibili, ma lasciano il tempo che trovano. Le fonti ufficiali della Bce negano garbatamente che Christine Lagarde abbia deciso di lasciare la presidenza prima della fine del mandato, prevista nell’ottobre 2027. In realtà la voce rimbalza da settimane fra Francoforte e le capitali, in testa Parigi, così vigorosa e reiterata da assomigliare parecchio a una notizia.
Certo è credibile, oltretutto un cambio adesso alla testa della banca centrale europea offrirebbe indubbi vantaggi per i Paesi ancora votati a una solidale costruzione comunitaria, mentre una decisione fra un anno potrebbe essere politicamente più complessa. La verità dovrebbe venire a galla rapidamente, magari già dagli incontri americani di Jackson Hole di fine mese. Comunque vada, avrà conseguenze per l’Unione.
La storia è che Emmanuel Macron, primo fra non pochi, vorrebbe evitare che il voto francese per il nuovo capo dell’Eurotower fosse in mano al successore che conosceremo il 2 maggio, figura che secondo i sondaggi potrebbe facilmente essere euroscettica e/o nazionalista.
Ha un problema analogo la Spagna (politiche il 23 maggio) e pure la Germania di Merz non è al sicuro, vista l’esiguità dei risultati del governo centrista e il gran consenso raccolto dagli estremisti di destra (AfD). Gli assetti italiani non preoccupano più di tanto, da Meloni ci si attende un europeismo anche fastidioso e presunto muscolare, ma comunque non di rottura.
Lagarde risulta in trattativa per il vertice del World Economic Forum, il Wef, ovvero il summit globale di Davos. Un’uscita anticipata consentirebbe ai Ventisette di sostituirla con la formazione attuale, garantendo che l’istituto di emissione sia gestito senza soluzione di continuità. Nell’autunno 2027 gli equilibri e i pesi potrebbero essere diversi. L’intero gioco potrebbe trasformarsi in un ginepraio pericoloso, almeno per chi crede nel processo di maggiore integrazione.
La francese sarà in ogni caso ricordata più per talune mosse incerte che per la fermezza con cui Francoforte ha amministrato una fase segnata da pandemia, rallentamento economico, crisi energetica e nuovi conflitti. Del resto, l’ex direttrice del Fondo monetario ed ex ministro dell’Economia ai tempi di Sarkozy, è un avvocato d’affari e non un banchiere centrale. A settant’anni portati con flemma, Lagarde può tentare una nuova impresa al Wef, compito delicato dopo le accuse di cattiva condotta etica e finanziaria che hanno portato alle dimissioni del fondatore, Klaus Schwab.
La corsa per la successione è partita. L’olandese Klaas Knot e lo spagnolo Pablo Hernández de Cos sono i più quotati, pragmatici e padroni del mestiere, ma potrebbe tornare in auge il tedesco Joachim Nagel, sfavorito però dalla nazionalità: sin dalla nascita dell’euro nessuno ha mai voluto a Francoforte un uomo della Bundesbank, scelta che avrebbe un suo perché nel rifiuto di un approccio certamente rigorista e troppo “falco”.
L’errore che il condominio a dodici stelle deve evitare è selezionare un candidato di medio profilo (il belga Wunsch?) per chiudere il compromesso. La Bce, come l’Unione, ha bisogno di leader forti e di una svolta. Cambiare è un dovere, quando si deve rinascere.
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