Il revisionismo sulla cultura woke di Alexandria Ocasio-Cortez scuote la sinistra americana
L’icona dell’ala socialista del partito democratico statunitense riconosce che il wokismo ha finito per rappresentare una degenerazione, regalando armi polemiche alla politica neoreazionaria

«Woke 1 was crazy». Ovvero, la prima fase del wokismo è stata una mattana. Parola di una che se ne intende: Alexandria Ocasio-Cortez, l’icona dell’ala radical della sinistra Usa.
Lo aveva detto in tv (sulla Abc) e lo ha ribadito sui social, aprendo un dibattito che, complice il “generale agosto”, da noi rischia di passare un po’ sotto traccia.
E, invece, quelle poche parole sono molto rilevanti perché sembrano annunciare un cambio di passo da parte di quel mondo progressista americano che ha oggi il vento in poppa e i cui candidati stanno prevalendo in varie primarie del Partito democratico.
La crescente egemonia culturale radical, nello scontro con i dem centristi e i moderati e in un contesto di polarizzazione accesissima con l’alt right e i repubblicani finiti nell’orbita trumpista, si è realizzata infatti anche attraverso l’adozione delle tematiche woke, dal transfemminismo all’intersezionalità fino alle proposte di riduzione (e perfino di abolizione) dei fondi per le forze di polizia.
Ma la dinamica, giustappunto, è diventata quella di estremismi di destra a cui se ne contrappongono altri di sinistra (seppur meno violenti dei primi) dentro una spirale di innalzamento dei toni da “guerra civile”.
Per adesso, va specificato di nuovo, siamo solo agli annunci e alle avvisaglie di un possibile ripensamento, e naturalmente giocano molto anche le aspirazioni di Ocasio-Cortez a un’eventuale futura candidatura presidenziale, ma il segnale non va affatto trascurato dal momento che a “metterci la faccia” è stata proprio la star mediatica dei Dsa (i Democratic Socialists of America).
Il politicamente corretto era nato animato dalle migliori intenzioni (e continua a svolgere una funzione meritoria), mentre il wokismo ha finito per rappresentarne la degenerazione, a partire dalle statue abbattute e dall’idea di definire la “purezza” dei discorsi invocando, o praticando direttamente, la censura di quanto considerato non accettabile all’insegna di un’escalation senza fine che ha avuto la funzione esclusiva di autolegittimare i suoi teorici e “predicatori”. Col risultato, per giunta, di avere regalato qualche arma polemica alla politica neoreazionaria e alle varie forme di neofascismo in circolazione, senza far avanzare concretamente le sacrosante battaglie per i diritti.
E, invece, la cultura woke ha contribuito all’edificazione di una retorica del “dirittismo assoluto”, della suscettibilità permanente e del risarcimento dovuto – tutti, comunque, più facili da proclamare o invocare che ricompensare –, finendo praticamente per espungere i doveri, che dai diritti sono inseparabili, dal lessico politico della sinistra. Ne è derivato un radicalismo aggressivo (e minoritario) che ha alienato varie simpatie presso l’opinione pubblica più moderata, quando dovrebbe essere ovvio che la sinistra non può vincere senza questi settori della popolazione.
C’è allora da augurarsi, a proposito di “risveglio”, che la sveglia del cambio di registro con lo spostamento dell’accento sui temi economici e sociali suoni ora per tutti i progressisti, compresi quelli italiani, rendendoli più competitivi.
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