
L’aggressività dentro le nostre vite
A lato dei fatti di Camponogara: l’amore è un’arte del vivere, non una canzoncina. Chissà, se ci fosse un’educazione sessuo-affettiva, la sostituzione dell’aggressività con la gentilezza, forse potrebbero attutirsi gli eventi che ci scuotono
Nelle nostre comunità, in questo momento a Camponogara, vite continuano a venir dissipate, tragicamente, dentro la complessa dinamica della relazione amorosa.
E quando tali fatti compaiono nelle cronache, c’industriamo per capire, quali siano state le storie che hanno annodato in tal modo due vite. A noi, dall’esterno, tutto questo può suscitare tristezza, apprensione, sconforto. Anche rabbia, naturalmente. Ma dall’esterno non ci è dato conoscere i passi concreti che hanno condotto sino a quell’abisso.
Possiamo tuttavia interrogarci su come la violenza, anche nelle sue forme più estreme, venga applicata come strumento di risoluzione di conflitti relazionali. Da dove si originerà la convinzione che si possa eliminare una persona amata?
Se guardiamo ai fatti di cronaca di questi mesi l’azione diretta a colpire un antagonista, un soggetto con cui c’è una contrapposizione (a volte futile), è frequente. L’aggressività agita non regredisce. L’occasione per danneggiare, ferire, anche uccidere, è presente in molti segmenti della società.
Quasi non ci fosse tempo o volontà di capire, affrontare, mediare, risolvere. Come se stesse crescendo un “esercito senza divisa” che combatte contro altri cittadini senza divisa in molti momenti del suo vivere civile. Un mondo che risuona di battaglie anche dove non ci sarebbe la necessità. Come se fosse una moda, quella di colpire per vincere. Quasi entrassimo in vibrazione con i teatri di guerra che ci circondano da qualche anno.
Se questa è l’energia, strisciante ma percettibile, significa che persone, cittadini, esseri umani, giungono in luoghi della loro quotidianità dove non vedono alcuna via di fuga in una contrapposizione, alcuna possibilità di accordo, alcuna capacità di gestire le distanze.
È un fallimento a cui rispondono con lo strumento della forza, peraltro esaltata per ogni dove. E questi luoghi non sono solo la discoteca, la piazza, la strada, dove c’è estraneità tra i duellanti. Questa incapacità di non distruggere giunge anche nei luoghi intimi della relazione amorosa. Dietro c’è una narrazione, perché l’amore è una narrazione di sé e dell’altro. C’è chi la sa costruire con la dovuta attenzione, sa monitorarla, sa comprenderne le trasformazioni, sa accettare i cambiamenti e la cessazione di quell’amore, che può essere transitorio come ogni cosa della vita. L’amore è un’arte del vivere, non una canzoncina. C’è chi crede sia un veliero e che il capitano debba affondare con esso.
E chi non comprende che non si dovrebbe far salire sulla propria scialuppa di salvataggio un tale capitano. Potresti annegare assieme.
Certo, non bisogna avere, nelle relazioni amorose e nella vita, una pulsione verso il sospetto cronico. Ma nemmeno verso la fiducia cronica.
Per avere la giusta misura, se fossimo società sane, o curabili davvero, uno stato civile dovrebbe istituire lauree sulla scienza dell’amore: sulla relazione, su come gestire il conflitto, sull’ultimo incontro tra separati, sul rispetto perché ci si è amati (altrimenti era menzogna).
Chissà, se ci fosse un’educazione sessuo-affettiva, la sostituzione dell’aggressività con la gentilezza, forse potrebbero attutirsi gli eventi che ci scuotono. E noi, dall’esterno, dopo essere stati scossi, non cambiamo canale…
Riproduzione riservata © il Nord Est




