L’equivoco del pacifismo a tutti i costi
Non basta non voler “fare la guerra” per essere certi di non doversi difendere da un’aggressione militare voluta da altri per soddisfare una folle ideologia imperialista

Guerra o pace? Che domanda… I Paesi dell’Europa a 27, e quelli loro alleati, sono ormai usciti dalla tragica, lunga epoca delle guerre tra gli Stati-nazione iniziata agli albori della Modernità. Alzi la mano oggi chi tra i cittadini di quei Paesi vorrebbe tornare a “fare la guerra” ad altri popoli: l’esperienza delle due guerre mondiali, in realtà guerre europee “esportate” a livello globale, ha pur insegnato qualcosa.
Ma allora perché si pone la domanda? Perché non basta non voler “fare la guerra” per essere certi di non doversi difendere da un’aggressione militare voluta da altri per soddisfare una folle ideologia imperialista, obbedendo ad una “volontà di potenza” variamente camuffata. Come dimostra la tragedia dell’Ucraina.
Ci sono vari modi di essere “per la pace”. Si può esserlo per ragioni etiche profonde, che spesso hanno le loro radici in una fede religiosa. Sono le ragioni più nobili, più degne: ma hanno un significato tra il profetico e l’escatologico. Sono quelle della vox clamans in deserto. Come quella di papa Leone.
In quanti ascoltano quella voce? Proprio per questo è di importanza fondamentale, e non sembri un paradosso: perché ci indica quel “dover essere” al quale, asintoticamente, dobbiamo tendere. Sapendo di non riuscire a raggiungerlo.
Perché anche il filosofo, illuminista e “laico”, Kant finisce per riconoscere l’esistenza di quel “male radicale” di cui sono vittime gli uomini nel mondo della storia umana, e non in quello da lui definito “Regno dei Fini”. Parente stretto di quel “regno” che non è – parola di Gesù Cristo – di “questo mondo”. Nel quale, agostinianamente, si confrontano la “città di Dio” e “la città del demonio”.
C’è poi un altro modo di essere “per la pace”: è quello di chi non ha la forza morale di “porgere l’altra guancia”. Cosa assai rara, e difficile. Quel modo costringe a rispondere all’aggressore sul suo stesso piano, per difendere la propria patria e la propria libertà. Con la forza militare, come stanno facendo gli ucraini.
Attrezzarsi per far capire a chiunque, fuori e dentro i confini dell’Europa, che anche noi cittadini dei pacifici Stati dell’Ue, e in quelli loro alleati, siamo pronti a non subire aggressioni comunque tentate, in modo ibrido prima che con i carri armati. Questo significa una cosa sola: compiere il proprio “sacro dovere” in quanto cittadini, quello di contribuire alla “difesa della Patria”, come dice l’articolo 52 della Costituzione.
È un dovere “sacro” anche se definito nei termini di una “fede civile”, in nome di valori morali che possono unire sia credenti che non credenti: è il dovere di resistere alla violenza e alla prevaricazione. Come accadde nella Resistenza al nazifascismo.
Per far fronte a questo “sacro dovere” occorre prepararsi, anche aumentando di quanto necessario (e non perché lo ordina un grottesco aspirante despota di là dall’Atlantico) le spese militari (e quelle altre necessarie per una difesa efficace in caso di aggressione). Coordinandosi con gli altri Paesi dell’Ue che rifiutano di tornare ai nazionalismi otto-novecenteschi.
Ma anche dicendo la verità: ricordando quel “sacro dovere”, senza se e senza ma. Il resto è paccottiglia falsa da “pacifinti”. Di destra o di sinistra che dicano di essere, poco cambia.
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