Quando la politica diventa l’impero del selfie
Diventa quasi irrilevante che la richiesta di Meloni a Trump sia effettivamente avvenuta: una foto fatta e poi rinnegata è comunque un fatto politico di prim’ordine

È stata senza dubbio la settimana delle foto. Quelle fatte e quelle mancate. Quelle implorate o presunte tali. E forse non è un caso che la politica passi attraverso scatti e autoscatti.
D’accordo, la rappresentazione dell’autorità è sempre stata veicolata dai ritratti dei potenti: principi, duchi, sovrani. Dalla foto di Jalta ha preso forma la politica mondiale del secondo dopoguerra. Da tempo, però, la politica delle immagini dai muri dei palazzi si è trasferita nell’ecosistema mediale.
Oggi, è un dispositivo centrale della celebrity politics. Non è un caso che Trump, uno che concepisce il mondo – inclusi capi di Stato e persino Papi – come fatto di sudditi, follower e concorrenti del suo grande reality, abbia affermato di non voler più Meloni tra i propri fan. Le ha concesso una foto per «pietà».
È un meccanismo che conosciamo benissimo. Vale per le divinità del jet set come per i comuni mortali (provvisti di device per immortalarsi). Tutti utilizzano il cellulare per girare, istante dopo istante, il proprio personale biopic: quel che mangiano, i posti che visitano, le persone che frequentano.
Se poi il racconto di sé incrocia una persona famosa… ma quali 15 minuti, ecco pronto il set per una istantanea di celebrità. Del resto, anche se sei una star del cinema, dello sport o un leader di governo, c’è sempre qualcuno più famoso di te, che può illuminare la tua personale foto-storia. A meno che non ti chiami Donald Trump, il cui ego sembra avere un fremito solo di fronte ai veri reali, come quelli di casa Windsor.
Selfie, del resto, è per definizione il nostro auto-ritratto digitale. È lo scatto che facciamo “da soli”, ma molto spesso insieme ad altri, la cui immagine deve restituire – oltre a un po’ di luce riflessa – qualcosa della nostra identità. Ai politici serve, spesso, per esibire il contatto con il mondo della gente “normale”. Le proporzioni del fandom personale: ricordate le infinite sessioni di selfie di Salvini?
In altre occasioni, la foto serve a delimitare uno spazio politico, come nel caso del selfie di Fratoianni con gli altri leader del campo largo (e le loro macchine da selfie, come pistole a riposo sul tavolo di un saloon). Un atto politico, che porta inevitabilmente l’attenzione su chi c’è e chi non c’è. Costringendo Renzi a puntualizzare di essere “altro” e “altrove”.
Altro, come ai tempi della foto di Vasto-Bersani, Di Pietro e Vendola –, quando l’aspirante rottamatore rivendicava che la vera foto è quella «dei cittadini che si mettono in gioco». Altrove, come certificato dalla ricca documentazione fotografica da Chicago, che lo ritrae con i vecchi amici-statisti Biden, Obama e Clinton.
Non stupisce allora che i colleghi del Consiglio europeo abbiano espresso solidarietà a Meloni… attraverso un selfie. I summit internazionali rappresentano, d’altronde, una grande photo opportunity, sfruttata dai leader per rafforzare il proprio standing internazionale e nazionale. Mostrandosi grandi fra i grandi.
Diventa quasi irrilevante, allora, che la richiesta di Meloni a Trump sia effettivamente avvenuta. Una foto fatta e poi rinnegata è comunque un fatto politico di prim’ordine. Siete della stessa opinione? Facciamoci un selfie.
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