Come fermare l’esodo biblico dei nostri giovani laureati
I nuovi dati Istat sulla fuga dei cervelli riportano l’Italia al grande movimento migratorio di fine Ottocento: i costi sono anche economici, oltre che umani

Indietro tutta. Freschi di stampa, i nuovi dati Istat sulla fuga dei cervelli riportano l’Italia al grande esodo migratorio di fine Ottocento. Solo che allora se ne andavano i “pitocchi”, i più poveri e malconci; oggi tocca alla “meglio gioventù” di un Paese che da vent’anni reagisce con vagonate di chiacchiere, senza riuscire a proporre ai suoi ragazzi alternative concrete per farli restare.
Il rapporto dell’Istituto di statistica demolisce ogni alibi. Il saldo migratorio 2024 dei cittadini italiani tra i 25 e i 34 anni è in rosso profondo: a fronte di 25mila espatri, i rimpatri sono stati poco più di 4mila, determinando una perdita netta di quasi 21mila giovani laureati. Dal 2013 perdiamo 80mila unità l’anno; in sei casi su dieci, si tratta di persone tra i 18 e i 34 anni.
Secondo uno studio Cnel, dal 2011 al 2023 oltre mezzo milione di italiani tra i 18 e 34 anni sono emigrati. Un esodo a senso unico: in Europa, siamo all’ultimo posto per capacità di attrazione, accogliendo solo il 6 per cento di ragazzi dall’estero.
Questo esodo biblico comporta un costo anche economico, oltre che umano: una perdita stimata in 134 miliardi. A essere colpito è soprattutto il Nord del Paese, oltretutto con tendenza in crescita: già oggi oltre un giovane su tre è pronto a trasferirsi all’estero una volta completati gli studi. Alla grande fuga porta un suo devastante contributo il Nord Est.
In testa alla classifica figura Padova, con una quota del 65 per cento di laureati sul complesso di chi se ne va. Ma è tutt’altro che un caso isolato: Venezia è a quota 61 come Rovigo, Treviso e Belluno 59, Vicenza 57.
Non va meglio nel Friuli Venezia Giulia: in testa Trieste col 61, poi Udine col 60, Gorizia col 58, Pordenone con il 54. Per dare un’idea dell’accelerazione dell’esodo, queste quote una ventina di anni fa oscillavano tra il 17 e il 21.
È un autentico allarme sociale che rischia di cadere nel vuoto. Denuncia uno dei maggiori conoscitori del fenomeno, Luca Paolazzi, già direttore scientifico della Fondazione Nord Est: «L’Italia è fuori dalla circolazione di talenti perché è ultima per attrattività. Siamo entrati in una fase critica. I giovani scarseggiano per le imprese, mancano nel sistema della pubblica amministrazione, e mancheranno sempre di più in ogni ganglio vitale della vita civile ed economica del Paese. Insensibilità e immobilismo sono scandalosamente inaccettabili».
Sono risibili i rimedi messi in tavola, a partire dall’aspirina del bonus salariale. Occorrono investimenti stabili nella ricerca e infrastrutture, migliori percorsi di carriera e incentivi fiscali/contrattuali mirati, più opportunità locali per lavoro qualificato; occorre una radicale innovazione di sistema, dalle istituzioni all’economia alla formazione.
Subito, non chissà quando. La forte denuncia del presidente di Confindustria Veneto Boscaini su un’economia che arranca e rischia di ripiegarsi su se stessa, certificata dai dati di Bankitalia e Banca Ifis, non ammette silenzi: se oggi è crisi, domani senza giovani sarà tracollo.
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