Ora per il Pd è il tempo delle scelte
Rilanciando sulle riforme, la leader dem Schlein potrebbe chiarire la propria ambizione di guidare la coalizione. E, un domani, il paese

Qualcosa si muove, nello scenario politico post-regionale. Nonostante il quadro di grande stabilità ribadito dal voto autunnale, è già partita la marcia verso le Politiche.
Avvicinando il tempo delle scelte per i partiti e i loro leader, in particolare per il maggiore partito di opposizione: il Pd di Schlein. Pur senza modificare gli equilibri nazionali, il cantiere del campo progressista ha mostrato di poter essere competitivo “semplicemente” sommando i voti dei partiti dell'area.
E sappiamo che di semplice, o scontato, in tale processo c'è in realtà ben poco. Certo, andrà verificato se le formule sperimentate a livello locale potranno funzionare su scala nazionale.
Specie in una competizione nella quale la partecipazione sarà – auspicabilmente – almeno un po' più alta rispetto all'affluenza delle Regionali. Resta il fatto che, per ora, lo schema ha funzionato. Al punto, secondo le stime dell'Istituto Cattaneo, da potere almeno ridurre, nella proiezione nazionale delle Regionali tenutesi dal 2023 ad oggi, le proporzioni di un eventuale successo del centro-destra.
Che, non a caso, si è subito mosso, rilanciando la strada delle riforme: premierato e legge elettorale. Sapendo bene che la seconda strada è quella più immediatamente disponibile, non richiedendo una riforma costituzionale.
Già, ma il centro-sinistra come risponderà? La risposta più scontata è che risponderà come sempre: chiusura totale e grida di allarme sui rischi per la democrazia. Ammesso che tali rischi siano concreti, a maggior ragione richiederebbero almeno un tentativo di orientare il processo.
Siamo poi sicuri che il “no” secco sia la strategia migliore per le forze di opposizione – nello specifico, quella che “conviene” di più al maggiore partito del campo largo? Sulla legge elettorale, ad esempio, è noto come la legge Rosato non garantisca necessariamente una maggioranza dopo le elezioni.
L'ha garantita nel 2022, ma non nel 2018. Potrebbe succedere nuovamente in futuro. La Meloni insiste sulla necessità di una democrazia “stabile” e “decidente”.
Perché il Pd non raccoglie la sfida, chiedendo però di allestire un tavolo delle riforme, o anche solo un tavolo sulla riforma elettorale? Il Pd ritiene che la scelta di cancellare i collegi uninominali – frutto di un calcolo di parte del centro-destra – indebolisca il rapporto tra eletti e territorio?
Perché non mette sul piatto una proposta di una legge che mette al centro tale sistema? La leader dem ha fatto intravedere alcuni primi indizi di una (inedita) attenzione al nodo della leadership, chiedendo un confronto diretto con Meloni ad Atreju, l'appuntamento della destra meloniana dove era stata invitata. Il duello, già saltato alle Europee 2024, probabilmente non si farà, vista la contro-richiesta di Meloni di estenderlo al leader 5s.
Rilanciando sulle riforme, il leader dem potrebbe chiarire la propria ambizione di guidare la coalizione. E, un domani, il paese. Contestualmente, recupererebbe almeno parte di quella vocazione maggioritaria, un tempo faro del Pd, di fatto sottratta da Conte. Se Meloni chiuderà le porte al dialogo, il Pd avrà almeno nuove ragioni per accusarla di voler scappare.
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