Cambiare nome al debito non lo fa scomparire

Il governo si impegna ad avere a fine 2026 un rapporto fra deficit e Pil al 2,8 per cento per uscire, come previsto, dalla procedura comunitaria. Allo stesso tempo, annuncia quello che definisce uno scostamento autorizzato di 14 miliardi per energia e difesa per i prossimi due anni

Marco ZatterinMarco Zatterin
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti con la viceministra dell'Ambiente e Sicurezza energetica Vannia Gava
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti con la viceministra dell'Ambiente e Sicurezza energetica Vannia Gava

Il debito ha cambiato nome, ora si chiama “flessibilità”. Lo stesso è capitato al deficit che il governo ha ribattezzato “scostamento”. Diceva George Orwell, che pure era lo pseudonimo di Eric Arthur Blair, che “il linguaggio della politica è programmato per rendere vere le bugie”. Questo assomiglia a ciò che sta accadendo.

Si rivoluziona l’onomastica per indorare pillole amare, soprattutto perché quando si gonfia il passivo non si liberano i “soldi degli italiani” (Salvini dixit), ma si carica sulle loro spalle un fardello ulteriore: il rosso della Repubblica, per la cronaca, pesa oltre 3.100 miliardi, come dire che per ogni 100 euro di ricchezza nazionale ce ne sono 138,9 di buco. Si può pertanto giocare coi vocaboli, come fa chi chiama “effetti collaterali” le vittime civili dei bombardamenti. Però una cosa non muta. Il 4,7% di interesse che il Tesoro deve sborsare ora per vendere i Btp. E sono quasi 500 milioni di spesa per ogni 10 miliardi di nuovo rosso che piovono sulle nostre vite.

Non è un malcostume esclusivo del Team Meloni. È un vizio vecchio e diffuso che si ripeterà sinché continueremo ad abboccare. È vero, come ha affermato Mario Draghi, che esiste debito buono e debito cattivo. Mentre siamo già invischiati in una delle più lunghe campagne elettorali mai viste, di esposizione virtuosa se ne parla però poco. Si chiede all’Europa la liberatoria a spendere di più – pronti a dire “Bruxelles ci affama” se non accadrà – così da liberare margini contabili che permettano di erogare il più alto numero possibile di mance in vista delle elezioni. È un atteggiamento che non sorprende, ma la consapevolezza del danno non ne limita gli effetti negativi.

Il governo si impegna ad avere a fine 2026 un rapporto fra deficit e Pil al 2,8% per uscire, come previsto, dalla procedura comunitaria: è un’indicazione virtuosa che fa bene alla credibilità del Paese e rende meno impervia la gestione della cassa. Allo stesso tempo, annuncia “uno scostamento” autorizzato di 14 miliardi per energia e difesa per i prossimi due anni. Totale biennale: 28 miliardi che non influiranno sulla pagella Ue, ma che dovranno essere comunque raccolti in un mercato globale in cui i tassi crescono causa Iran, alta inflazione, congiuntura debole e incertezza politica. Solo questo fa un miliardo e mezzo di interessi, circa, ai livelli attuali.

La stima ufficiale del costo del servizio del debito 2026 è di 94,6 miliardi, denari buttati che valgono due terzi della spesa sanitaria (148) e l’intera posta per l’Istruzione. La richiesta spedita alla Ue è il frutto della volontà di andare ancora più in rosso sfruttando i tempi certo difficili, di renderci tutti più indebitati, il che potrebbe avere senso se i soldi finissero in politiche rilevanti e redditizie dal punto di vista finanziario e sociale, tuttavia è difficile che accada.

Come sempre, in vista delle elezioni, “la politica” pensa ai soldi utili ad attirare voti. Per riuscirci, è disposta a molto, anche a mascherare il male con un nuovo nome, dimenticando la sua responsabilità collettiva e anche quello che il Bardo ha fatto dire a Giulietta. E cioè che una rosa può cambiare nome, ma non smette di profumare. Come il debito che, se diventa “flessibilità”, non smette di costare miliardi e di sottrarre risorse alle strategie che più servirebbero per il benessere diffuso di tutti.

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