Chi sarà in grado di riaccendere il motore leghista?

Lo scontro sotterraneo tra la vocazione identitaria del Nord e la struttura nazionale. Le opzioni sul tavolo del Consiglio federale e l'incognita del "modello tedesco" CDU-CSU

Fabio BordignonFabio Bordignon
Nella foto Matteo Salvini ministro delle infrastrutture e dei trasporti sullo sfondo un immagine di Zaia
Nella foto Matteo Salvini ministro delle infrastrutture e dei trasporti sullo sfondo un immagine di Zaia

Doppio-motore per una doppia-Lega? Sgomberiamo subito il campo da un equivoco: due partiti esistono già, e non da oggi. Esistono da quando Matteo Salvini ha allestito il proprio veicolo personale a fianco del vecchio Carroccio padano. Nell’assemblare il nuovo mezzo, ha preso i “pezzi” che gli servivano: parte del telaio organizzativo, le ruote della base associativa, i più bravi capi-officina sparsi sul territorio. Al vecchio motore del localismo e dell’autonomia, ne ha sostituito uno nuovo di zecca, alimentato dal sovranismo anti-immigrati e, soprattutto, dall’appeal personale del conducente.

E ora che la macchina segna riserva e sul cruscotto lampeggia ogni tipo di spia? In molti, dall’interno, sembrano alla ricerca di un nuovo sistema di propulsione, guardando però in direzione diversa. Vedremo quali strade suggerirà di imboccare il segretario, nel Consiglio federale della prossima settimana. Per ora, sembra prediligere strade già battute.

La prima, impervia, lo riporterebbe al Viminale, sorgente mistica del fluido salviniano. La seconda prevede la nomina di un co-pilota: un nuovo vice, che plachi la spinta di chi invoca una contro-rottamazione e convogli l’energia di governatori ed ex-governatori. Salvini conosce bene i rischi di questo percorso, dopo l’esperienza Vannacci. Ma quando l’auto inizia a sbandare da tutte le parti… Altri, nel frattempo, invocano una ulteriore riconversione energetica: tornare a cercare l’antico combustibile nelle terre rare del Nord. Con la riscoperta delle vecchie battaglie identitarie.

E un nuovo assetto interno, sul modello tedesco CDU-CSU: Lega del Nord e Lega “di giù”. Un partito che continua a definirsi federalista, per vocazione e imprinting organizzativo, si riscopre così lacerato da battaglie per l’autonomia. Che annunciano possibili secessioni. Se gli strattoni al volante di Salvini rispondono a un’auto imbizzarrita, le “alternative” rimangono nebulose. Ammesso che estese risorse di consenso esistano ancora nelle regioni settentrionali, nutrite da istanze inevase, un semplice ritorno alla Lega (del) Nord, come soggetto autonomo o federato alla Lega personale di Salvini, sarebbe sufficiente a sprigionare e convogliarne tali energie, come ai tempi gloriosi della Padania? In fin dei conti, anche la Lega degli inizi nasceva come soggetto plurale: la somma di diverse “leghe”.

Ed era spinta da un motore ibrido: il partito sul territorio, con il suo carburante ideologico, e la guida forte, con tratti padronali, di Umberto Bossi. Oggi più di allora, è impensabile rimettere in movimento una “qualsiasi” Lega senza la trazione della leadership. In questo senso, tutti gli indizi portano, naturalmente, a Luca Zaia. Che tuttavia, per ora, non è sceso in campo. Riluttanza personale? Dubbi sulla possibilità di portarsi dietro tutto il Nord?

Preoccupazioni sulla tenuta del governo? Forse, sta semplicemente attendendo, che la corsa di Salvini arrivi al capolinea naturale delle prossime Politiche. E se poi fosse troppo tardi per rimettere in moto la macchina?

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