Il “campo stretto” tra primarie e riforme
Nel centro sinistra tutti si interrogano sul nome di chi guiderà la coalizione. Ma con le regole attuali scegliere un candidato premier potrebbe essere addirittura controproducente

Galvanizzati dal successo del referendum e ormai certi che il futuro sarà radioso, nel campo largo, progressista, o di centro-sinistra che dir si voglia, tutti si interrogano sull’ultimo nodo da sciogliere: chi guiderà la coalizione al successo? Interrogativo accompagnato dall’eterno tormentone: primarie sì, primarie no. Successo, naturalmente, tutto da conquistare a fronte delle eterne e nuove divisioni che attraversano l’ipotetica alleanza.
Fulmineo nel rilanciare l’ipotesi di una consultazione aperta è stato Giuseppe Conte, appena incassato il No degli italiani alla riforma della giustizia. Proprio lui che in precedenza aveva sempre glissato su tale prospettiva. Ma l’esito referendario rischiava far impennare le quotazioni di Schlein, che in quella battaglia ha investito più di tutti. Di qui la scelta di bruciare i tempi. Con l’effetto di costringere il Pd, il partito delle primarie, a raccogliere il guanto della sfida. Per poi temporeggiare. Della serie: siamo pronti, ma…
Ma serve l’amalgama. Servono i programmi. Le idee. Il che avrebbe anche senso. Se non fosse che, poi, per raccogliere il consenso un “traino” forte serve. Ed è (anche) qui che le certezze da cui siamo partiti si ridimensionano. Le difficoltà nell’individuazione di una leadership unitaria crescono in funzione dell’eterogeneità dei soggetti coinvolti. A differenza di quello che era il vecchio centro-sinistra, pesa l’“anomalia” 5 stelle. Partito che rimane non del tutto assimilabile alle altre forze dell’area. Per certi versi imprevedibile.
Con un leader a “vocazione maggioritaria”, almeno in termini di aspirazioni personali. La segretaria del Pd, oltre che con la popolarità del leader 5 stelle, deve invece fare i conti con l’eterogeneità interna al suo stesso partito. Con i dubbi di chi preferirebbe un altro candidato. O invoca un papa straniero. Questione, quella della personalità esterna, che incrocia il dilemma sulla scelta dal basso. Alcuni tra i “papabili”, ad esempio l’ex-direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, sono pronti a misurarsi nelle primarie. Altri, refrattari ai gazebo, come la sindaca di Genova Silvia Salis, aspettano che qualcuno glielo chieda. Ma chi? E, soprattutto, quando? Prima o dopo le elezioni?
Stanti le regole attuali, con una legge elettorale prevalentemente proporzionale, non sarebbe nemmeno necessario individuare un candidato premier. Anzi, potrebbe risultare persino controproducente. E la soluzione già sperimentata nel centro-destra potrebbe essere la strada maestra, con la guida del governo assegnata, ex-post, al leader del partito maggiore.
Il quadro, però, potrebbe cambiare completamente, qualora dovesse essere approvata la riforma elettorale auspicata da Giorgia Meloni. Allora sì le primarie diventerebbero necessarie: da una parte e dall’altra. A meno che i partiti non siano in grado di decidere davanti a un “caminetto”. In questo modo, la costruzione dell’alternativa rischia tuttavia di rimanere “appesa” ai tempi con i quali Meloni deciderà di muoversi. A meno che qualcuno, dall’opposizione, non decida di sedersi al tavolo delle riforme. Ma anche di questo c’è da dubitare.
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