Perché il Natale ha un senso anche per i laici

La vita religiosa si fa sentire sempre di meno, a dichiararsi cattolico è il 61 per cento degli italiani. La nostra vita sociale è individualistica e frammentata, eppure il Natale segna un punto di svolta

Peppino OrtolevaPeppino Ortoleva
Un cenone delle feste di Natale
Un cenone delle feste di Natale

Festeggiamenti sempre più lunghi e sfarzosi, chiese sempre più vuote. L’avvio delle luminarie nelle strade, l’inizio della preparazione degli alberi nelle case ormai anticipa perfino quell’8 dicembre che per anni era stato il segnale di avvio del periodo natalizio. La festa della natività di Gesù dura tutto un mese, mentre nel paese la vita religiosa si fa sentire sempre di meno.

Secondo le statistiche più recenti a dichiararsi cattolici sono circa il 61% degli italiani, ma ai riti di quella fede a cominciare dalla messa domenicale partecipa in modo regolare meno di un abitante su cinque del nostro paese. Del resto è in calo la stessa conoscenza degli elementi della fede: è una ridotta minoranza degli italiani a sapere il preciso significato di sacramenti come la cresima.

È in corso da tempo, da noi come in gran parte del mondo occidentale, quella che possiamo chiamare una secolarizzazione passiva, che si manifesta soprattutto nel declino della partecipazione effettiva ai riti. È un declino forse irreversibile. Là dove si manifesta una ripresa di religiosità, come in alcuni movimenti nelle Americhe, questa non ha il carattere di una riunificazione della società intorno a una fede comune, ma al contrario è spesso divisiva.

Allora come si spiega il crescere così evidente, conclamato della presenza del Natale? È forte la tentazione di liquidarlo come una pura occasione economica: il più grande degli appuntamenti col consumo che punteggiano l’anno nel tempo dei centri commerciali. Ma il Natale non si riduce solo ad atti d’acquisto, è occasione di una varietà di momenti sociali.

Per molte famiglie è la sola occasione di incontro collettivo e “al completo” in tutto l’anno, tante sono le cene tra amici con l’occasione o il pretesto di farsi regali o di mangiare insieme qualche specialità invernale, e non mancano i concerti e gli spettacoli dedicati appunto alla natività. Lo scambio dei regali, poi, favorisce certo il commercio ma segue una logica almeno in parte differente, per il piacere del dono occorre impegnare non solo del denaro ma anche una certa attenzione alle persone e ai loro gusti, e uno sforzo di sorprenderle almeno un poco.

Lo stesso scambio degli auguri tra sconosciuti è un gesto certo superficiale ma gentile, che dispone a un’apertura reciproca. E le luminarie nelle vie si presentano come una cornice per tutto questo. Se così è, il paradosso di una festa religiosa a cui dedica sempre più tempo e spazio una popolazione sempre meno religiosa acquista un senso. Una cerimonia a cui aderisce nella fede - realmente - solo una ristretta parte della popolazione, permette alla società nel suo insieme di dichiarare e celebrare il bisogno che le persone hanno le une delle altre, l’esigenza di mantenere vivi, ritualmente, legami che minacciano di spezzarsi. E di dare un tocco di cordialità ai tanti incontri tra anonimi che punteggiano la vita urbana.

Il fatto che sia solo per qualche giorno, o qualche settimana, all’anno, ricorda quanto ormai individualistica e frammentata sia, e resti comunque, la nostra vita sociale. Il fatto che si attribuisca tanto tempo e spazio a questi riti-non riti indica quanto si senta, comunque, la mancanza di legami più solidi e rassicuranti.

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