Moschea, Venezia scelga il dialogo fondato sulle regole

Trasparenza sui fondi e diritti delle donne: le condizioni dell'amministrazione e il rischio di spingere ai margini la comunità islamica

Gianni Moriani
Una manifestazione contro una moschea con il vicepremier Salvini
Una manifestazione contro una moschea con il vicepremier Salvini

Nel 1219 Francesco d’Assisi attraversò il Mediterraneo per incontrare il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, mentre la quinta crociata insanguinava Damietta. Non portava armi, ma la parola. Tornò vivo e, secondo la tradizione, fece sosta nella laguna sull’isola che avrebbe preso il suo nome: San Francesco del Deserto.

Otto secoli dopo, a poche miglia da quell’isola, una comunità chiede un luogo dove pregare e Venezia si interroga se sia pronta ad accoglierla.

Una parte della comunità bangladese di Mestre e Marghera ha promosso l’acquisto dell’area dell’ex segheria Rosso di via Giustizia per realizzare una moschea.

Il sindaco di Venezia Simone Venturini ha espresso contrarietà al progetto, sostenendo che non vi siano ancora le condizioni e indicando come priorità alcuni passi di integrazione, tra cui il tema della condizione femminile. Dall’altra parte sono arrivate anche reazioni dure, come la minaccia di sciopero poi criticata da parte di alcuni esponenti della stessa comunità.

Il confronto con Francesco d’Assisi non significa paragonare Mestre a una crociata. La domanda è un’altra: che cosa deve accadere prima che un cittadino possa esercitare liberamente il proprio diritto di culto?

Il Consiglio di Stato, nel caso dell’ex supermercato di via Piave a Mestre, ha ricordato che un luogo di culto deve rispettare le regole urbanistiche e il rapporto con il territorio.

Una decisione che riguarda il “dove” e il “come”, non il diritto in sé. La lezione dovrebbe essere chiara: legalità e libertà religiosa non sono alternative.

Le ragioni dell’amministrazione vanno ascoltate: trasparenza sui finanziamenti, rispetto delle norme, confronto con i residenti e piena tutela dei diritti fondamentali, compresi quelli delle donne, sono condizioni essenziali. Ma l’integrazione non deve diventare un alibi: non si può chiedere a una comunità intera di dimostrare all’infinito la propria affidabilità prima di riconoscere un diritto garantito dalla Costituzione.

Negare un luogo riconosciuto rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato: meno controllo, più precarietà, meno dialogo.

Una realtà visibile e regolata è più facilmente accompagnata dalle istituzioni di una realtà spinta ai margini.

Venezia è stata per secoli una città di commerci, incontri e contraddizioni, capace di dialogare con mondi lontani. La sfida oggi è capire se saprà applicare quella stessa capacità di confronto con chi non arriva da lontano, ma vive già accanto a noi.

San Francesco non chiese al sultano di essere ascoltato attraverso un muro. Cercò un incontro. Venezia, otto secoli dopo, dovrebbe chiedersi se il proprio futuro sia nella diffidenza o in un dialogo fondato sulle regole.

Riproduzione riservata © il Nord Est