L’Islanda dice no all’Europa: la Terra del ghiaccio e quella sfiducia meritata
Tra quote di pesca, Nato e Schengen, la scelta dell'Isola riflette una più ampia onda di sfiducia verso l'Unione a 27

Quelli “strani” (virgolette d’obbligo) sono gli islandesi che hanno detto “sì” a negoziare l’adesione all’Europa. Sono donne e uomini convinti che l’unione fra i popoli sia una vocazione ambiziosa, per quanto complessa da realizzare, ma anche l’unica speranza di superare la crisi economica, di curare le diseguaglianze che si ampliano, di garantire la sicurezza. Sono “strani” perché rifiutano il vento diffuso e crescente gonfiato da chi è certo che il nazionalismo sia la risposta alle incertezze, che ogni intesa nazionale minacci tradizioni e sovranità e che far parte di un grande mercato uccida i commerci locali.
Gli altri, quelli che hanno crociato il “no”, sono i “normali” (sempre d’obbligo le virgolette), gli allineati alla stagione dei sovranismi imperanti che le crisi non risolte e i compromessi al ribasso firmati a Bruxelles favoriscono e alimentano da decenni. Hanno vinto perché così va. Del resto, a mettersi nei loro panni e viste le loro “sicurezze”, perché avrebbero dovuto fare altrimenti?
La principale risorsa dell’Islanda è la pesca, regolata da un sistema di quote internazionale, definito in un consesso al quale partecipa anche l’Ue. Fanno soldi a palate col turismo, grazie anche alla partecipazione ai meccanismi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. Non hanno un esercito ma sono nella Nato, pertanto a stretto contatto con i cugini europei, il che basta a convincerli che se Trump, o un conflitto per le rotte artiche, dovesse minacciare l’isola, gli altri correrebbero a difenderli.
Il “sì” voleva approfondire il legame, il “no” ha detto “sto”, come in una partita di poker. Gli ancorati al passato hanno superato chi voleva partecipare alla decisione di un futuro diverso. Hanno bocciato un sistema che litiga e si prende a sputi per poco, come su Ceuta. Col risultato di dividere la nazione, da un lato le città, dall’altro l’universo rurale. E una nazione spaccata non è una buona notizia.
L’Ue può fare a meno di 400 mila islandesi che, spesso inconsapevolmente, sono già integrati nel mercato unico. In termini quantitativi non perdiamo nulla. Ma il punto è un altro. Il “no” della Terra del ghiaccio riavvampa una sfiducia che l’Unione si è anche meritata. Il progetto a Ventisette ha smarrito la passione, ha perso il contatto con la sua gente, è complesso da attuare e difendere, mentre è facile attaccare leader confusi e deboli, governi che amano comunitarizzare le débâcle e nazionalizzare le vittorie.
Il successo del “no” ha scatenato la gioia nel miliardario mondo Maga e tra i russi, ha entusiasmato l’estrema destra, i neonazi, i neofascisti e tutti gli aspiranti distruttori globali convinti che l’isolato di casa sia l’unico luogo sicuro. Il referendum islandese deve far riflettere l’Europa, convincerla a dire cose comprensibili, a immaginare soluzioni rapide e concrete a problemi da tempo mai così gravi.
Si tratta di un (piccolo) voto di sfiducia che amplifica una (più grande) onda di rifiuto delle dodici stelle. È una sconfitta, non c’è dubbio. Ma c’è una cosa peggiore del perdere. È perdere minimizzando senza ragionare su come reagire, ricetta perfetta per dare forza agli avvoltoi che aspettano solo la nostra fine per progettarne un’altra peggiore.
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