La metamorfosi dell’imperialismo americano
La dottrina Trump propugna una libertà senza regole, senza legge e senza diritto, che esalta un individualismo destinato a marcare in modo indelebile la società americana

Siamo entrati nell’era degli imperi, in cui alla forza delle regole è ormai subentrata, senza pudori né foglie di fico, la regole della forza. In spregio di qualunque logica di convivenza basata su principi, su regole condivise, su una parvenza di diritto internazionale. Regole liberamente scelte, per evitare guai maggiori, come guerre e piacevolezze simili.
Sono due questi imperi, Cina e Usa, ma aspira ad entrare nel club anche la Russia del nuovo zar. Della distruzione di quelle regole gli Usa sono apertamente complici. Siamo ormai ben al di là di quell’imperialismo soft cui ci avevano abituato gli Usa nel secolo scorso, usciti vincitori da due guerre mondiali, ma anche dalla guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino.
Come è stato possibile che quella grande nazione, che si presentava come baluardo a difesa di un mondo erede di ideali di libertà e democrazia, sia oggi appaiata, nonostante sopravvivano in essa anticorpi robusti (ma ora latenti), agli imperi in cui comandano autocrati e despoti che hanno in quegli ideali il loro nemico giurato? È solo un provvisorio delirio di un governante malato di una hybris paranoica? Anche. Ma c’è dell’altro.
C’è un causa profonda di questa (apparente) metamorfosi, che poi tale nemmeno è, nella storia di questo Paese, in cui si fondono esperienze e vicende tra loro anche molto diverse. Certo resta nel sottosuolo della società americana il fondamentalismo religioso di matrice “puritana” dei Pilgrims Fathers arrivati in cerca di libertà dalla madrepatria inglese, ma sarà una libertà che emana profumi teocratici.
Così come il retaggio, positivo, della lotta delle “colonie unite” contro la corona inglese in nome dell’indipendenza e della libertà. Ma l’esperienza che ha forgiato forse più nel profondo la concezione della libertà che oggi riemerge con prepotenza è quella della “frontiera”, di quel Far West che prometteva terra e ricchezza ai coraggiosi, e spregiudicati, coloni che in quell’Occidente si avventuravano, spostando la frontiera sempre più a ovest. Sulla pelle dei nativi.
Una libertà senza regole, senza legge e senza diritto, che esalta un individualismo destinato a marcare in modo indelebile la società americana, che eleva a modalità principale di comportamento una indifferenza nei confronti dell’altro anche quando non si presenta esplicitamente come concorrente.
Nasce su questa basa una forma di convivenza basata sì sulla libertà e sulla democrazia, ma che (parole di Alexis de Tocqueville, cui si deve una lettura profetica dell’America visitata da lui negli anni Quaranta dell’Ottocento) “riconduce senza sosta l’uomo verso sé stesso e minaccia di rinchiuderlo tutto intero nella solitudine del suo cuore”, facendone un individuo che, “spinto dall’unica ambizione di fare fortuna”, non si occupa né preoccupa della cosa pubblica, e “abbandona volentieri la grande società a sé stessa”.
Non è un caso che su un simile humus prosperi, nel secondo Ottocento, quel social darwinism che proclama la superiorità di chi vince nella struggle for life, nato nella cultura anglosassone ma che ha assai meno fortuna in Europa che in America. Dove il “mito della frontiera” non è mai morto, ma riemerge trasfigurato in un capitalismo tecnocratico, autoritario ed illiberale. Ed oggi nell’era degli imperi, con Donald Trump (e con Elon Musk) ed i suoi pari) si ripresenta più vivo che mai.
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