Deficit ed energia, il “poker” di Meloni a Bruxelles: caccia a 10 miliardi, ma pesa il nodo riforme

La premier lancia il pressing su Ursula von der Leyen per allargare la clausola di salvaguardia allo choc energetico. Lo sforamento dell'1,5% del Pil vale 10 miliardi di extra-debito, ma lo scoglio dei rigoristi del Nord e il rischio "mance elettorali" complicano la partita

Marco ZatterinMarco Zatterin

C’è qualche possibilità che l’Unione europea, in un modo o nell’altro, venga incontro alla richiesta italiana di generare nuovo deficit per affrontare la crisi energetica. Portando il caso all’attenzione della presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier Meloni ne ha fatto una partita di poker politico. È probabile che la mossa non sia frutto di una decisione avventata, i contatti preventivi devono aver convinto il governo dell’esistenza di margini negoziali.

Tuttavia, non succederà nulla se i rigoristi del Nord, Germania in testa, non saranno d’accordo; la vera trattativa è qui. Come sempre, a Bruxelles cercheranno di non rompere con Roma, anche per non darle l’inutile quanto rumorosa possibilità di dire “che i burocrati dell’Europa non vogliono aiutarci”. Sarebbe che “i partner non ritengono nel nome della stabilità della moneta comune che il più alto debito continentale cresca ancora”, ma il messaggio non passa.

Supponiamo che il piano Meloni riesca e la Clausola di Salvaguardia Nazionale che introdotta per consentire uno scostamento di bilancio e finanziare l’aumento della spesa per la difesa venga allargata allo sforzo anti choc energetico. Essa prevede uno sforamento annuo sino all’1,5% del Pil nei confronti dei tetti massimi di crescita della spesa netta e ai percorsi correttivi dei Paesi sotto procedura per deficit eccessivo (come l’Italia). Una prima stima immagina un bonus sino a 10 miliardi di nuovo disavanzo (costo medio 400 milioni l’anno di interessi ai tassi attuali).

L’interrogativo preoccupante, alla luce del tempo stretto che separa dalle elezioni, è cosa farne.

Il “rischio mance” è evidente. La possibilità che non si mettano le mani nel motore e ci si indebiti per oliare la campagna elettorale è concreta. In fondo, così fan tutti. Non è una buona scusa. All’Italia necessita una nuova politica energetica che la renda più competitiva.

Chi vota dovrebbe ricordare che abbiamo i prezzi all’ingrosso dell’elettricità più alti - 116 euro per megawatt ora a fronte di una media Ue di 85 euro – e che occorre una strategia efficace che vada oltre la cura del consenso quando il 52,3 per cento dell’energia deriva ancora dai combustibili fossili. Invece il governo ha ridotto gli investimenti “verdi” e spostato la dipendenza del mix centrato sul gas dalla Russia al Qatar. A farla breve, ci sono due strade.

La prima è utilizzare tutti finanziamenti Ue già disponibili, ad esempio i 95 miliardi di Next Generation Eu giacenti. Questi, però, non possono essere distribuiti a pioggia.

Devono imboccare la seconda via: una rivoluzione vera, un divorzio graduale dagli idrocarburi, un efficientamento della rete. E va bene coordinare tutto ciò col pressing sui partner di Bruxelles per rivedere i meccanismi dell’Ets (la tassa “chi inquina paga”) e consentire qualche aiuto di stato in più causa crisi (già autorizzato e in ogni modo costa).

È un percorso che andrebbe intrapreso comunque, via libera o meno allo sforamento. Dovremmo farlo perché ci serve, non perché “lo chiede l’Europa”. Aiuterebbe a tagliare le bollette, nonché a disinnescare i parlamentari che minacciano l’abbandono unilaterale del Patto di Stabilità, dimenticando che oggi, stando dentro, sborsiamo circa cento miliardi (il 3,8 per cento del Pil) per finanziare il debito, la spesa più alta d’Europa, e se fossimo fuori il conto andrebbe alle stelle. Per un Paese che non cresce sarebbe un cappio alla gola. Ditelo in giro

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