Il timore di un “cappotto” alle Comunali spinge Meloni ad anticipare l’election day

L’idea del centrodestra di unificare le campagne elettorali per limitare i danni

Carlo BertiniCarlo Bertini
La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni

Non è da oggi che nell’inner circle di Giorgia Meloni si dà per scontato un anticipo delle politiche alla primavera del 2027, in un “election day” con le comunali, senza aspettare la scadenza naturale in autunno: i Fratelli di Giorgia lo avevano messo in conto già nel 2022, quando dopo aver vinto le elezioni il 22 settembre, si ritrovarono a dover gestire una legge di bilancio scritta da Mario Draghi, da approvare in fretta e furia per evitare di piombare nell’esercizio provvisorio dopo due mesi di governo.

Una scelta obbligata, quella del voto sotto la pioggia, causata dal long-Covid, ma non più giustificata in assenza di un’emergenza, tanto da consentire al prossimo giro di tornare alla normalità, anche anticipando di sei mesi la fine della legislatura.

Malgrado nei partiti vi sia anche una scuola di pensiero “attendista”, la convinzione che vada evitato un bis ad alto rischio per la stabilità del paese prevale ai piani alti delle istituzioni e del governo.

E si nutre di un timore riferito in camera caritatis anche da dirigenti leghisti: la paura di prendere un “bagno” alle comunali per mano della sinistra, con il rischio di un effetto trascinamento sulle politiche, pochi mesi dopo. Nel 2000 Massimo D’Alema fu costretto a dimettersi dopo aver perso le regionali e Silvio Berlusconi l’anno dopo infatti vinse le politiche. Nel 1994 “la gioiosa macchina da guerra” di Occhetto perse le elezioni (contro Berlusconi) dopo aver invece stravinto le amministrative: ma al centrodestra, ammaccato dalla scuffia del referendum e dal rischio recessione, questo precedente non dà gran conforto.

Comunali a turno unico

Le comunali del 2027 tra l’altro costituiscono un precedente non incoraggiante: per la prima volta si voterà lo stesso giorno nelle principali città italiane, quasi tutte “a trazione giallo-rosso-verde”: Roma, Milano, Bologna, Napoli. E Torino.

Dopo cinque anni di potere, i partiti di governo non hanno inoltre pesci grossi da gettare nel mare agitato delle sfide dei sindaci. Quelle dove si vince con ballottaggio, sgradito al centrodestra, che non a caso vuole modificare la legge per eleggere i sindaci insieme a quella per eleggere il Parlamento nazionale: abbassando dal 50 al 40 per cento la soglia da superare per vincere al primo turno.

Si passerà di fatto da un doppio turno ad un turno unico, con un effetto a cascata sulla formazione delle liste. Le ultime tornate di comunali vedono un espandersi a dismisura delle liste civiche, specie al sud, dove spesso scompaiono i simboli dei partiti, anche in città sopra i 50 mila abitanti.

Via le false liste civiche

Tanto per fare un esempio, le “false” liste civiche nate per alzare la posta al secondo turno strappando posti e poltrone in cambio di un apparentamento, perderebbero il loro potere contrattuale e il fenomeno si sgonfierebbe.

E a sinistra, i cinque stelle sarebbero costretti a scegliere subito dove collocarsi, con probabili tensioni nel “campo largo” innescate dalla perdita di potere degli ex grillini. Malgrado ciò, nessuno a destra scommette sulla vittoria nelle grandi città, anzi.

Ma tutti, leghisti compresi, sanno che la debàcle forse potrebbe essere contenuta se l’elettore si ritrovasse nell’urna una scheda dove poter mettere la croce sul nome di Meloni, oltre a quella del candidato sindaco.

Visto che il voto disgiunto è utilizzato di solito dalle fasce più acculturate e quindi una pratica poco diffusa. Chi compulsa le teorie elettorali più aggiornate, spiega che ormai non è più scontato che una coalizione possa sfruttare il traino delle politiche nazionali nelle sfide dei sindaci. Si capirà solo a urne chiuse.

«La cosa non è così automatica – racconta un esperto di sistemi elettorali come Federico Fornaro del Pd. Sulle amministrative pesano i candidati sindaci e la loro capacità di traino. Al sud, le candidature costruiscono reti amicali di consenso che portano voti. E le liste civiche fanno la differenza ovunque. Non è così certo un effetto distorsivo del traino nazionale sul piano locale».

Quanto dunque le elezioni politiche possono impattare sulle comunali non è dato sapere. Certo, l’elettore verrebbe bombardato dalle due narrazioni potenti delle campagne nazionali, che potrebbero sopravanzare il giudizio locale. Quindi in teoria il centrodestra potrebbe avvantaggiarsene.

La variabile Quirinale

Ma in questa tendenza a scommettere sull'election day salvifico si inserisce un’altra variabile cruciale: la legge elettorale che Meloni vuole ad ogni costo modificare.

L’attuale sistema rosatellum infatti non esclude un pareggio tra i due poli, incoraggiando dunque quelli che – temendo di non riuscire a cambiarlo – spingono per anticipare il voto ed evitare la difficile formazione di un governo a ottobre in piena sessione di bilancio.

E anche chi scommette che entro l’anno Meloni avrà portato a casa lo "stabilucum" e il suo premio di maggioranza che garantisce un vincitore certo, sa che qualcuno nel Colle più alto, potrebbe preferire in ogni caso un anticipo del voto in primavera per un motivo semplice: se a settembre il centrodestra perdesse dopo aver impostato la legge di bilancio in estate, ci vorrebbe sempre un mese prima di insediare le Camere: e il centrosinistra sarebbe costretto a correre per smontare e rimontare la finanziaria, da far ri-vidimare a Bruxelles in piena sessione di bilancio, con l’acqua alla gola per evitare disastri. Una prospettiva poco raccomandabile che incoraggia a votare con calma prima dell’estate 2027.

 

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