Meloni e le domande che restano senza risposta
La premier avrà ancora più frecce al suo arco per giustificare quella “diplomazia dei due forni”, che le consente di sfruttare il comune sentire con Trump e di cavalcare al contempo le ragioni di un’Europa bistrattata dal tycoon

Se c’è un cruccio che in queste ore potrebbe avere Giorgia Meloni è non aver potuto celebrare la liberazione del cooperante italiano il 9 gennaio, giorno della sua conferenza stampa annuale. Una diversa tempistica le avrebbe consentito di apporre un prezioso cameo al cahier dei successi del suo governo.
Perché al di là di ogni discussione avvenuta nei mesi passati sulla gestione di questa vicenda da parte del governo, la liberazione di Trentini segna un importante punto a favore del ministro degli Esteri e della premier. La quale da oggi avrà ancora più frecce al suo arco per giustificare quella “diplomazia dei due forni”, che le consente di sfruttare al massimo l’idem sentire con DonaldTrump e di cavalcare al contempo le ragioni di un’Europa bistrattata dal tycoon fino a ripudiarne quasi l’esistenza.
Una postura biangolare, che Meloni dimostra di saper reggere bene, malgrado la difficoltà di fare due parti in commedia. Anche quello che le opposizioni hanno bollato come uno scandaloso “scivolone”, la legittimazione del blitz americano a Caracas come difesa dal narcotraffico, ad essere “buonisti” potrebbe essere stata una mossa volta a ottenere il determinante aiuto degli americani per accelerare la trattativa sui prigionieri italiani.
Ma dato a Cesare il giusto tributo, restano gli interrogativi: e il perché questa vicenda si sia trascinata oltre un anno è il primo tra questi. Di solito le trattative si concludono prima, un caso analogo come quello di Cecilia Sala, presa in ostaggio dagli iraniani, si è risolto dopo 21 giorni. C’è stata disattenzione, qualche intoppo imprevisto o altre ragioni hanno rallentato le trattative riservate?
Trentini, corsia di sorpasso?
L’altro interrogativo che molti si pongono è il motivo della diversa considerazione da parte della politica, delle istituzioni e dei media riservata al caso Trentini rispetto a quelli degli oltre quaranta connazionali detenuti nelle carceri venezuelane. Vero che l’impegno umanitario del cooperante veneto muove maggior empatia rispetto ad altri profili; vero che la gran parte di loro vivano in Venezuela e abbiano il doppio passaporto, ma 28 italiani sono reclusi per motivi politici, come oppositori del regime. Ed ora Tajani si premura di annunciare maggior impegno per farli liberare tutti.
Per lunghi mesi le relazioni di ogni genere tra Italia e Venezuela erano sospese, per la ritorsione del governo bolivariano al rifiuto dell’Italia di riconoscerne la legittimità dopo le elezioni del 2018 e 2024; ma anche per il muro contro muro praticato dall’Italia sulla scia di quello messo in atto dagli americani.
Con un paese che, come ammesso ieri da Tajani, è per l’Italia importante, dove vivono 170 mila italiani registrati con doppio passaporto e oltre 2 milioni di oriundi, dove opera l’Eni, che vanta crediti petroliferi per miliardi di dollari. Ma se il regime Maduro, tolto lui, è ancora in piedi con la sua vice al timone e i suoi generali al potere, i motivi per cui oggi venga riconosciuto sono tutti da chiarire.
Ma queste sono ore di festa per una liberazione molto attesa, specie in Veneto, un momento di gaudio bipartisan anche in parlamento, in cui l’accento va messo sullo sforzo di squadra messo in campo per strappare un risultato in alcune fasi perfino insperato. Per gli interrogativi insoluti ci sarà tempo.
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