Il caro-energia alla prova del fuoco iraniano: perché il "decreto bollette" rischia di nascere già morto

Mentre Eni e le "sorelle" alzano i prezzi dopo l'attacco all'Iran, il governo Meloni si scontra con il muro di Bruxelles sugli ETS. Senza una visione europea, l'Italia corre verso la recessione

Marco ZatterinMarco Zatterin

Eni, Ip, Q8 e le loro sorelle si sono portate avanti col lavoro. A neanche 48 ore dall’attacco all’Iran hanno alzato il prezzo della benzina, prima conseguenza pratica sulle tasche degli europei, dunque degli italiani, della guerra di Trump e Netanyahu. Un litro di super costa già fra i sei e gli otto centesimi più della scorsa settimana, circostanza che anticipa una stretta inevitabile se il greggio resterà sugli 80 dollari il barile nelle prossime settimane, soglia che gli analisti di Allianz legano a una previsione di 0,2 punti di inflazione in più, quasi tutti per ragioni energetiche. Non solo. Il gas ieri quotava sotto i 50 euro per megawattora alla Borsa di Amsterdam, quasi il 60 per cento in più rispetto alla scorsa settimana. L’effetto per ora è limitato ai pochi contratti di fornitura a prezzo indicizzato. Per gli altri arriverà presto, entro giugno con aumento stimato nel trenta per cento. Almeno.

Il governo assicura di monitorare la situazione, e ci mancherebbe il contrario, ma non ha ancora una nuova strategia. Certo è che una delle prime vittime designate della Furia epica scatenata da Washington contro gli ayatollah, come del Ruggito del leone di Gerusalemme, è il “decreto bollette” approvato due settimane fa. Il team Meloni lo ha varato per tutelare le imprese dal caro-energia, consapevole che da noi si sopporta un maggior esborso del 40% rispetto a francesi e a tedeschi, ancora di più rispetto agli spagnoli.

Tuttavia, pur stanziando 5 miliardi, la norma è stata oggetto di critiche perché rinviava a fine anno la parte più significativa dell’intervento e non aveva una vera natura strutturale: una volta esauriti gli aiuti, ci si sarebbe trovati al punto di partenza.

Il capitolo più controverso del decreto gira sugli Ets, il meccanismo europeo di quote appena riformato che impone a chi inquina di comprare dei permessi prezzati a livello europeo. Il precetto italiano propone il rimborso ai produttori termoelettrici di una parte dei costi legati alla CO₂ emessa, così che questi non siano incorporati integralmente nelle offerte di mercato.

L’idea di fondo è arrivare a una riduzione del prezzo all’ingrosso dell’elettricità che, calcolano i tecnici di Palazzo Chigi, potrebbe consentire un beneficio di 6–9 euro a megawattora. Peccato che, come prevedibile, la Commissione Ue e una buona parte delle capitali – convinte della bontà di tassare chi danneggia il Pianeta - pensino che una simile mossa sia incompatibile con gli impegni presi da tutti, Italia compresa, a Bruxelles.

Ecco allora che, mentre appare necessario correre ai ripari per evitare che l’effetto Trump incendi le nostre bollette, il governo non ha ancora una strategia e tantomeno i soldi. Le bombe su Teheran hanno scatenato la volatilità sui mercati, è facile immaginare un aumento dei tassi, tanto più significativo quanto più lunga sarà la guerra in Medio Oriente.

I margini sono stretti dopo che l’Istat ha certificato che il rapporto deficit/Pil è rimasto sopra il tre per cento. E il tempo stringe. Un conflitto di mesi, col blocco dello Stretto di Hormuz, potrebbe infiammare il carovita e portarci in recessione. Occorre visione e un piano solido, meglio se europeo. Subito. L’Unione potrebbe ascoltare, visto che il male è comune e diffuso. La soluzione passa di lì, magari dal disaccoppiamento del prezzo dell’energia fatto in sintonia con Bruxelles. Il resto sono poco più che chiacchiere e distintivo che tutti finiranno per pagare caro. O anche carissimo.

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