Meloni, Trump e l’autoironia che manca

Il presidente Usa attacca il papa, “reo” di essersi espresso contro la guerra. Parole sante che diventano blasfeme secondo la distorta teologia del tycoon

Franco Del Campo
Il presidente Usa Donald Trump
Il presidente Usa Donald Trump

«Quante divisioni ha il Papa?». La domanda, retorica e brutale, è stata di Stalin, a margine dell’incontro di Yalta, quando le potenze vincitrici della seconda guerra mondiale si divisero il mondo in sfere d’influenza. Adesso ci risiamo, o quasi. Questa volta - paradossalmente - gli insulti al Papa sono assai più grevi e vengono dal presidente Usa, Donald Trump: «È un debole, pessimo sulla politica estera».

Ma qual è stato il “peccato” di Papa Leone XIV, nato a Chicago e missionario in Perù? Ha pronunciato - da buon pastore - parole di pace contro la guerra, perché «la vera pace si conquista attraverso la mediazione e il perdono e non la violenza».

Parole “sante” che diventano blasfeme secondo la distorta “teologia” di Trump, che si rappresenta come il Salvatore, attorniato da soldati e angeli, quando minaccia di annientare un’intera civiltà e di riportarla all’età della pietra a forza di bombe, e poco importa se quella civiltà oggi sia dominata da un oppressivo e crudele regime teocratico. Certo l’Iran è una grave minaccia, soprattutto per Israele, anche se nel 2015, durante l’amministrazione Obama, si era arrivati a un accordo per regolamentare il nucleare iraniano, escludendo il suo utilizzo militare attraverso rigidi controlli, in cambio della revoca delle sanzioni economiche internazionali.

Ma Trump, nel 2017, ha iniziato a smantellare tutto quello che aveva fatto o cercato di fare il suo odiato predecessore democratico, dal clima alla sanità pubblica per i meno abbienti, fino alla revoca dell’accordo con l’Iran.

Da parte sua il regime degli ayatollah ha intensificato la repressione interna contro qualsiasi forma di opposizione, in particolare dopo la morte della studentessa curda Mahsa (Jina) Amini, quando le donne e i giovani, che sono la maggioranza dei 95 milioni di abitanti, hanno partecipato a grandi manifestazioni per la libertà. La risposta è stata, prigione, stupri, violenze e un massacro con decine di migliaia di morti.

Così, Stati Uniti e Israele, in sostanza Trump e Netanyahu, il 28 febbraio 2026 hanno scatenato un’offensiva aerea senza precedenti, che non ha annientato il regime iraniano, ma ha soffocato qualsiasi protesta ed acuito la repressione interna. Se da una parte, Netanyahu insegue la realizzazione del “Grande Israele”, dal fiume al mare, e punta all’indebolimento di tutti i suoi nemici, dall’altra non si capisce bene quale sia la “strategia”, nel senso di visione generale, di Trump, salvo la sua passione per l’esercizio della forza e il culto per la guerra.

Del resto aveva già esercitato il suo bellicismo scatenando la tempesta sui dazi, che avrebbero dovuto inaugurare l’età dell’oro per gli Usa e invece si sono tradotti in aumento dei prezzi anche per i consumatori statunitensi.

Ora la guerra contro l’Iran ha fatto impazzire petrolio e gas, materie prime abbondanti negli Usa e in Russia, mandando in crisi soprattutto l’economia di un’Europa che Trump odia profondamente. Eppure, in nome di un sovranismo subalterno alla prepotenza e alla volgarità del presidente Usa, sono tanti, anche a casa nostra, che hanno fatto fatica a prendere le distanze dalle sue parole e azioni.

La nostra presidente del Consiglio, che aveva detto «non condivido e non condanno» la guerra scatenata contro l’Iran, ci ha messo 9 ore prima di definire “inaccettabili” gli attacchi di Trump a Leone XIV, che le ha risposto: «Sono scioccato, su di lei mi sbagliavo». A questo punto sarebbe opportuno ascoltare il presidente Sergio Mattarella - altra storia e tutt’altro altro stile - quando suggerisce l’esercizio dell’autoironia contro l’autoesaltazione del potere. Ma chi ha il coraggio di spiegare a Trump che cosa è l’autoironia? 

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