Euro giù, tassi su: perché all’Italia non conviene lo stop al Patto

Il Fondo monetario internazionale invita a tenere imbrigliata la spesa pubblica

Marco ZatterinMarco Zatterin

Crescita 2026 allo zero virgola due se la situazione in Medio Oriente degenererà senza tracollare. O anche zero virgola uno. Comunque li giri, dai modelli con cui l’indipendente Ufficio Parlamentare di Bilancio simula le prospettive dell’economia italiana emerge un quadro allarmante. Stagnazione, a essere ottimisti. Recessione a un passo, a chiamare le cose con il loro nome. La peggiore crisi del dopoguerra, per dirla con il Fondo monetario internazionale. Sempre che non ci sia un’ulteriore escalation militare.

La tempesta globale scatenata dalla non premiata ditta Netanyahu & Trump sta mettendo in ginocchio l’economia del pianeta, incapace di girare senza petrolio e materie prime. La debole Italia paga più pedaggio degli altri, fanalino di coda nell’Ue e fra i Grandi. È un verdetto scontato per un Paese da tempo debole e incapace di reagire che ora si trova esposto alla tempesta provocata dalla chiusura di Hormuz. Salirà l’inflazione e con lei i tassi di interesse. Si gonfieranno deficit e debito. E se l’unica cosa che il governo riesce a pensare per aiutare imprese e cittadini è chiedere all’Europa di sospendere il patto di Stabilità per farci spendere di più, comporta che siamo messi proprio male.

I numeri sono in evoluzione. Il Fondo monetario ha ridotto da 0,7 a 0,5 la stima per la dinamica del Pil nazionale a fine anno. Già così, la velocità di Madrid è quattro volte la nostra, il che è sufficiente a far riflettere sulle condizioni di fondo.

«I rischi delle previsioni sono qualificati al ribasso», ammette l’Upb. Inevitabile. È più di un mese che il petrolio vive attorno e oltre quota cento dollari al barile e che nello stretto di Hormuz le navi passano con il contagocce, riducendo l’offerta di greggio e fertilizzanti, di plastica e alluminio.

I prezzi roventi dell’energia hanno fatto schizzare il costo dei trasporti, infiammando la borsa della spesa e dei servizi. L’Upb immagina nello scenario più avverso (non catastrofico) un incremento di 1,3 punti per l’inflazione 2026 (era 1,7 a marzo, secondo l’Istat). Il riprodursi della tendenza a livello europeo (2,5% l’Eurozona in marzo) farebbe scattare l’aumento dei tassi della Banca centrale europea (siamo al 2 per cento). Pessima notizia per chi si ritrova un debito stellare o, semplicemente, un prestito a saggio variabile.

Il tasso sui Btp decennali era mercoledì a 3,86 per cento, mezzo punto in più rispetto ai livelli preconflitto. Il differenziale nei confronti dei Bund tedeschi scalpitava a 80 punti (32 a fine gennaio). Tutto congiura nell’indicare la debolezza strutturale del Bel paese. La crisi è come gli squali: morde dove sente di più l’odore del sangue.

Se anche lo Stretto riaprisse domani, ci vorrebbero almeno due mesi per riprendere una sorta di normalità, abbastanza per aver compromesso l’annata. Il governo chiede a Bruxelles di far saltare il Patto di Stabilità e consentire altro deficit. È una micidiale arma a doppio taglio, non solo perché ogni punto di maggior deficit rispetto al Pil costa un miliardo extra di interessi. Stando alle regole Ue, tradire il Patto per uno choc energetico dello 0,7% del Pil è impossibile, e sarebbe scellerato da un punto di vista economico perché direbbe al mondo degli investitori che l’euro non è difeso dalla disciplina di bilancio degli Stati, ma basta la prospettiva di una recessione tecnica per far saltare i vincoli di bilancio.

Con il Patto sospeso, l’euro scenderebbe e i tassi salirebbero: la somma delle due misure provocherebbe un danno ben superiore ai benefici di nuovi margini. Per l’Italia sarebbe un vero terremoto. Gli esperti calcolano che, con il Pil 2026 a +0,1%, anche senza consumare un euro in più, il deficit arriverà al 3,6 del Pil (è sceso il denominatore della frazione); il passivo storico andrebbe al 139 per cento.

Quando il Fmi chiede di tenere imbrigliata la spesa, intende scongiurare un’emergenza dei debiti globali in cui l’Italia sarebbe una vittima designata. C’è di peggio. Invece che chiedersi cosa possiamo fare, Roma invoca un miracolo dell’Europa, ammettendo così i suoi limiti e suscitando il dubbio che, in caso di débâcle, le forze sovraniste finirebbero per dare la colpa a Bruxelles di non averci aiutato e a chi soffre si proclamerebbe: «Ci spiace, è stata l’Europa». L’alibi trionferebbe inutilmente sull’esigenza di soluzioni.

Una leadership responsabile farebbe meglio a spendere con maggiore oculatezza e intervenire con riforme mirate in grado di aumentare le latenti competitività e produttività, per sostenere il reddito, le aziende e i consumi. Sarebbe corretto chiedere all’Ue un’azione concordata anticrisi, possibilmente fondandosi sulla cooperazione internazionale, su una revisione dei sistemi di determinazione dei prezzi energetici, e con denari raccolti insieme sul mercato per finanziare e sostenere progetti anticiclici congiunti.

Non sarà un anno facile e il trauma potrebbe essere obiettivamente lungo. L’Upb rileva che le retribuzioni orarie restano inferiori ai valori medi del 2020 di oltre l’8 per cento, con un divario rispetto agli altri Paesi Ocse che potrebbe risultare critico nel caso di una nuova fiammata inflazionistica. Solo questo ci dice che, se non si interviene con decisione sulle fondamenta, il conto alla fine sarà doppio o più, colpirà le tasche di tutti, oltre che le flebili argomentazioni di politici destinati a cadere perché, come recita un aforisma attributo all’accademico statunitense Mason Cooley, «le crisi fanno saltare tutte le maschere». —

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