Elezioni comunali, il bipolarismo frammentato e la spallata che non c’è

La geografia di questo voto è quella del bipolarismo frammentato e inframmezzato da specifiche situazioni locali, non soltanto al Sud, per le quali si deve tornare a parlare dell’egemonia del partito dei notabili (o, fors’anche, della resurrezione dei “cacicchi”)

Massimiliano PanarariMassimiliano Panarari
Elezioni comunali, astensionismo in crescita e centrodestra in tenuta
Elezioni comunali, astensionismo in crescita e centrodestra in tenuta

Ad avanzare sempre è un solo attore (se lo possiamo definire così…): l’astensionismo. L’affluenza in queste elezioni comunali è stata del 60,1%, pari a cinque punti percentuali in meno rispetto alla tornata precedente (64,91%).

Il trend dunque, come prevedibile, prosegue; e continua, altresì, a identificare una condizione di fondo, nella quale confluiscono vari elementi, nessuno dei quali può venire valutato in termini positivi per la politica complessivamente intesa. Ma a decidere, naturalmente, è chi va a votare, e l’esito di queste elezioni ci consegna il seguente affresco.

La nuova spallata contro il governo, dopo la vittoria del No al referendum sulla separazione delle carriere, non c’è stata. Nonostante vari osservatori la vaticinassero con un buon grado di sicurezza, il destracentro non ha soltanto tenuto, ma ha mostrato una significativa capacità di reazione.

E, pur ribadendo ancora una volta che da un “pacchetto” parziale di elezioni territoriali e locali naturalmente non si può inferire nessuna tendenza nazionale o di carattere generale, alcuni dati appaiono chiari. Il destracentro va battuto nelle urne: e, come mostrano appunto i risultati delle scorse ore, farlo non risulta per niente facile.

D’altronde, nell’esito referendario del 22 e 23 marzo sono confluiti vari fattori, per lo più di critica nei confronti delle linee politiche dell’esecutivo Meloni, ma che non si possono tradurre in maniera lineare in un’apertura di credito a favore della coalizione di sinistracentro (anzi…).

Infatti, le urne restituiscono la vittoria al primo turno a Venezia dei partiti del destracentro con l’«usato sicuro» dell’assessore-scout uscente Simone Venturini, e la loro conquista, dopo 12 anni, di Reggio Calabria con Francesco Cannizzaro, in una regione ritornata feudo di Forza Italia. Il campo largo si riconferma a Prato, riprende Pistoia e va al ballottaggio ad Arezzo, in quella Toscana che, fino a non troppo tempo fa rappresentava una roccaforte indiscussa delle sinistre e, invece, in tante sue aree è diventata ampiamente contendibile e una terra politicamente di frontiera.

A Salerno, come scontato, il voto popolare restaura il regno di Vincenzo De Luca che va a occupare per la quinta volta la poltrona di sindaco – ma a stravincere è lui, “don Vincè”, l’eterno viceré della città campana, e sicuramente non il Pd schleiniano. A Messina, autentico “dominio riservato” di Cateno De Luca, si impone di nuovo il suo delfino, il sindaco uscente Federico Basile.

La geografia di questo voto è, quindi, quella del bipolarismo frammentato, e inframmezzato da specifiche situazioni locali, non soltanto al Sud, per le quali si deve tornare a parlare dell’egemonia del partito dei notabili (o, fors’anche, della resurrezione dei “cacicchi”).

Di certo, in Laguna, il sinistracentro ha sbagliato tutto, dal candidato Andrea Martella (ritenuto più “romano” che veneziano) all’errore di pensarsi vincente per le “baruffe chiozzotte”, per quanto serie, intorno alla Biennale e alla Fenice.

 

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