Meloni tira a campare: la strada è lunga fino al voto

L'analisi della strategia politica di Giorgia Meloni tra concessioni agli alleati, riforme in stallo, legge elettorale, rapporti con Salvini e Vannacci e le difficoltà di un'opposizione ancora divisa

Carlo BertiniCarlo Bertini
Meloni tra equilibrio e tensioni nella maggioranza: la strategia per arrivare a fine legislatura
Meloni tra equilibrio e tensioni nella maggioranza: la strategia per arrivare a fine legislatura

Il “Divo Giulio”, che di governi ne diresse addirittura sei, coniò l’aforisma “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”: concetto che ben si addice alla tattica della premier più longeva della storia repubblicana: per difendere il suo primato infatti Giorgia Meloni sta dando a tutti i suoi sparring partner un cadeau, senza curarsi troppo della linearità delle sue azioni.

Indossando un abito largo da “cerchiobottista” poco consono alla sua tipica espressione con la mascella in fuori. Creando così massima incertezza nella sua maggioranza, dove nessuno sa: quando si voterà (se ad aprile o tra 15 mesi); con che legge si voterà, (se dovendo raccogliere le temute preferenze o se con la solita benedizione dei leader).

E con quale squadra, perché tutti scommettono sull’arrivo in coalizione di FN by Vannacci: non più così sicuro da quando Meloni ha sentenziato sul Giornale che “non sarebbe serio proporre un'alleanza da parte di chi ha sempre votato contro la fiducia a questo governo, per mandarlo a casa”. E perché questa postura da Cardinal Mazzarino, che usava dire “il mondo è fatto per chi sa aspettare”? Perché le tensioni si moltiplicano, la spinta propulsiva dell’esecutivo si va esaurendo tra mille ostacoli economici e politici; e l’orizzonte è avvolto nella nebbia, visto che delle tre riforme cardine sbandierate a inizio mandato – Premierato, Giustizia e Autonomia regionale - Meloni non ne sta portando a casa nessuna, tranne una quarta che sostituisce la prima, la nuova legge elettorale con indicazione del premier. E i surrogati, sul terreno della Giustizia e sulla devoluzione di funzioni stato-Regione, camminano tra stop and go per mancanza di coesione tra gli alleati. Quindi la premier vive alla giornata.

L’ultimo cadeau diplomatico è il decreto anti-maranza, salutato con giubilo dalle camicie verdi di Salvini: un buffetto sulla guancia di Vannacci, privato così di una delle tante polemiche che ama imbastire con la “finta” destra. Nel ping pong tra chi si pone più agli estremi del campo di gioco, la leader Fdi ha dovuto giocare d’anticipo senza dire nulla a nessuno, se è vero che molti suoi ministri giunti alla riunione di governo fossero all’oscuro di questa ennesima intemerata giustizialista: gradita ai cittadini esasperati dalle scorrerie delle baby gang, ma per nulla ai garantisti berlusconiani.

Accontentati loro con una carota dolce e saporita: la succitata promessa di non imbarcare il generale “traditore”; che rasserena pure gli animi della Lega, spolpata all’osso ormai dalle incursioni dei camerati di FN. E se al Carroccio Giorgia concede pure un passo avanti dell’Autonomia, puntellando l’alleato Salvini in vista della prova di forza a Pontida in settembre, il prezzo ottenuto è l’ok alle preferenze sulla legge elettorale. Insomma, la premier fa politica a tutto campo e anche se la sua maggioranza scricchiola, lunga vita al suo governo gliela assicura la plancia di comando della sinistra, imbelle e sempre ondivaga, che spiattella in piazza con interviste e solenni battute a effetto la sua intima divaricazione sul cuore del problema, il sostegno all’Ucraina di Zelensky; e sull’allargamento dell’alleanza al centrino di Renzi. Tanto che Elly Schlein ormai ha un problema simmetrico a quello di Meloni: perdere senza Renzi (o senza Vannacci) o vincere per poi non poter governare.

 

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