La responsabilità delle imprese nel fermare la fuga dei giovani
Il rischio è che il Veneto affronti la scarsità di lavoro prevalentemente attraverso la sostituzione della forza lavoro disponibile, quando una parte della risposta dovrebbe invece passare dall’aumento del valore prodotto per occupato

Nelle scorse settimane Veneto Lavoro ha pubblicato alcuni dati sull’andamento del mercato del lavoro regionale che, nonostante il loro grande interesse, hanno ricevuto una trattazione parziale sui media. Vale la pena riprenderli, perché dietro alla dinamica delle assunzioni si intravede una trasformazione ben più ampia, che riguarda la struttura produttiva del Veneto, il tipo di lavoro che le nostre imprese continuano a domandare e, in ultima analisi, anche la capacità del territorio di generare salari più elevati e trattenere capitale umano qualificato.
Tra il 2008 e il 2025 le assunzioni di lavoratori italiani sono rimaste sostanzialmente stabili, passando da circa 584 mila a poco più di 600 mila, mentre quelle di lavoratori non comunitari sono più che raddoppiate, da circa 100 mila a oltre 200 mila. Nello stesso periodo sono invece diminuite in modo significativo le assunzioni di lavoratori comunitari, scese da circa 73 mila a meno di 50 mila. Sono numeri che raccontano con chiarezza quanto sia cambiata la composizione dell’offerta di lavoro e quanto il sistema produttivo dipenda oggi da una forza lavoro proveniente da Paesi extraeuropei.
Una prima spiegazione è demografica. Il Veneto invecchia, la popolazione in età lavorativa cala e numerose imprese faticano a trovare lavoratori disponibili per attività che fino a pochi anni fa venivano svolte prevalentemente da italiani o cittadini provenienti dall’Europa orientale. Sarebbe tuttavia riduttivo fermarsi a questa lettura, perché i dati sollevano una seconda questione: quale tipo di lavoro stanno cercando le imprese e quale struttura produttiva emerge da questa domanda?
Un primo indizio arriva dalla composizione dell’occupazione per titolo di studio. In Veneto i laureati rappresentano circa un quarto degli occupati, una quota che nella manifattura scende al 10 per cento. Non è naturalmente un dato sufficiente, da solo, per descrivere la qualità di tutti i posti di lavoro creati nella regione, ma suggerisce che una parte molto ampia dell’apparato produttivo continui a poggiare su funzioni operative e competenze che non richiedono formazione universitaria. È difficile, con una struttura simile, immaginare che ricerca e sviluppo, software, progettazione avanzata, marketing internazionale, data analysis e altre funzioni ad alta intensità di conoscenza abbiano già assunto un peso tale da trasformare in profondità il mercato del lavoro.
Letti insieme, questi elementi suggeriscono allora un’interpretazione più ampia della crescita delle assunzioni di lavoratori extraeuropei. L’immigrazione non sembra solo compensare un vuoto demografico, ma contribuisce anche a sostenere una struttura produttiva che continua ad avere bisogno di una quantità rilevante di lavoro operativo. Il punto, è bene chiarirlo, non è attribuire ai lavoratori stranieri la responsabilità di questo equilibrio, ma chiedersi quali incentivi esso produca per le imprese e per il territorio.
È qui, infatti, che la questione si lega direttamente a quella dei salari. In presenza di una crescente scarsità di lavoratori, il normale funzionamento del mercato dovrebbe spingere le imprese a competere maggiormente per il lavoro disponibile, facendo salire le retribuzioni e aumentando allo stesso tempo gli incentivi a investire in automazione, tecnologia, formazione e riorganizzazione dei processi. Se una parte significativa di questa scarsità può invece essere compensata attraverso nuovi flussi di manodopera disponibile a costi relativamente contenuti, quella pressione si riduce e diventa più semplice preservare strutture produttive esistenti.
Per la singola impresa si tratta spesso di una scelta del tutto razionale. Se è possibile continuare a produrre, servire i clienti e proteggere i margini senza modificare radicalmente l’organizzazione, non esiste necessariamente una ragione per accelerare il cambiamento. Il problema emerge quando questo comportamento, replicato da migliaia di imprese, diventa una caratteristica strutturale e finisce per rallentare proprio quei processi di upgrading che potrebbero aumentare la produttività e, con essa, i salari.
Il rischio è quindi che il Veneto affronti la scarsità di lavoro prevalentemente attraverso la sostituzione della forza lavoro disponibile, quando una parte della risposta dovrebbe invece passare dall’aumento del valore prodotto per occupato. Non si tratta naturalmente di contrapporre immigrazione e innovazione: una regione industriale, aperta e inserita nei mercati internazionali avrà bisogno anche in futuro dell’apporto dei lavoratori stranieri. Il punto è capire quali nuovi lavori vengono creati accanto a quelli esistenti e quanto rapidamente cresce la domanda di competenze qualificate.
Da anni discutiamo della difficoltà del Veneto di trattenere i giovani, in particolare i laureati, concentrandoci sul lato dell’offerta: quanti giovani formiamo, quanti se ne vanno e come possiamo convincerli a restare. I dati di Veneto Lavoro suggeriscono invece di guardare con maggiore attenzione anche dall’altra parte del mercato. Se la domanda di lavoro qualificato rimane debole e una parte importante della struttura produttiva continua a competere facendo leva anche sul contenimento del costo del lavoro, salari relativamente bassi e uscita dei giovani più qualificati rischiano di non essere due problemi distinti, ma manifestazioni dello stesso equilibrio economico.
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