Meloni sceglie Schlein ma teme "Giuseppi": il ritorno del fantasma di Trump

La premier incorona la segretaria Pd come sfidante ufficiale per indebolire il campo largo, ma il nervosismo di FdI tradisce la vera paura: il legame tra Conte e il tycoon americano. Tra veti incrociati e peones rassicurati, la maggioranza cerca di blindarsi dopo il flop del referendum sulla giustizia

Carlo BertiniCarlo Bertini

A svelare quanto Giorgia Meloni e i suoi aficionados preferirebbero vedersela con Elly Schlein alle elezioni piuttosto che con Giuseppe Conte ci ha pensato l’altra mattina Giovanni Donzelli. Che si è lasciato scappare una battuta rivelatrice, specie dopo che la premier aveva citato per ben due volte la segretaria dem, per lasciare intendere chi fosse la sua sfidante predestinata. Ma se Meloni ha snobbato l’ex premier, il suo braccio destro ha provato a demolirne l’immagine, tradendo però il vero timore rimasto sottotraccia. «Lei – ha urlato il coordinatore di FdI nel suo intervento in aula rivolto a Conte – è andato a pranzo con l’inviato di Trump per dire che Giuseppi non è cambiato, che Giuseppi è sempre a disposizione».

Eccola la paura, l’idea che il tycoon possa avere un altro interlocutore privilegiato tra i progressisti, uno a cui fece un endorsement quando si trattò di far partire il Conte 2: quel tweet all’amico “Giuseppi”, rinfacciato a più riprese all’avvocato del popolo, ma che ora potrebbe tornargli utile. Una paura quella dei vertici di FdI, mascherata da un attacco alla doppia faccia dell’ex premier che critica Trump ma poi gli fa la corte. Una paura che l’interessato, cioé Conte, ha fiutato da un pezzo e che sfrutta come carta vincente per fare breccia anche nei cuori dei piddini più governisti e meno idealisti.

E dire che l’altra mattina in aula per una volta Elly Schlein è stata ficcante quando ha punto Giorgia Meloni, con quell’«avevate i numeri per fare tutto e non avete fatto niente in quattro anni». Quando ha randellato la premier, a dire il vero poco convincente nella sua solita intemerata contro le opposizioni e nell’analisi della sconfitta in due parole due: “un’occasione persa” l’ha definita.

Ma il vero obiettivo di Giorgia, dopo un referendum sulla giustizia, cruciale per la maggioranza, perso malamente e dopo una guerra che riduce i consumi (e quindi la crescita) e impoverisce gli italiani, era solo rassicurare i 350 e passa deputati e senatori della sua maggioranza che non li manderà a casa anzitempo. Che non farà cadere il governo, che si va avanti fino a scadenza e che dunque tutte le poltrone di governo e sottogoverno, presidenze e prebende, pensioni e stipendi, sono salvi per un altro anno e mezzo. Insomma che i cavalieri devono stare buoni, senza imbizzarrirsi per l’odore di bruciato che si respira nella maggioranza. Dove ogni partito è percorso da incendi e focolai. Forza Italia con un leader commissariato dai suoi “dante causa”, dal partito milanese dei Berlusconi che ne ha abbastanza del nucleo storico romano; la Lega alle prese con la concorrenza di Vannacci e un crollo nei sondaggi, i Fratelli costretti a scacciare il fantasma di un accerchiamento giudiziario.

Quindi, primo punto, sedare, sopire e mettere la sordina alle noiose querelle dentro i partiti. Stroncare le velleità di chi spera di subentrare a qualche epurato speciale, evitare manovre sottobanco, in poche parole non disturbare il manovratore.

Ma il secondo obiettivo, centrato, era appunto incunearsi nel male oscuro delle opposizioni, riconducibile alla mancanza di una guida carismatica come lo è ancora Meloni del centrodestra, malgrado le sconfitte e le ultime scelte discutibili. La quale ha voluto spingere dentro le mura nemiche un Cavallo di Troia per far scoppiare il bubbone, il buco nero del centrosinistra. E al di là della recriminazione «da voi solo insulti e improperi», quella citazione dello slogan “sono testardamente unitaria” di Elly Schlein, usato da Meloni per definirsi «testardamente occidentale», è stato fatto due volte non a caso.

Mettendo in secondo piano il leader dei 5stelle, non citato per nome, ma sminuito con due frecciatine «ai miei predecessori», la premier ha voluto indicare Elly come sua unica sfidante, scegliendosi l’antagonista che evidentemente considera più debole, come capo della «variopinta coalizione del centrosinistra». Ma così facendo ha tradito la paura di misurarsi con il concorrente considerato più insidioso, forse più cinico e più popolare. Che guarda caso gode anche della stima di Donald Trump. “Giuseppi”, il leader capace come lo definì Donald, l’ha rimessa al suo posto subito, «non sarà Meloni a decidere chi guiderà i progressisti», facendo per la prima volta trasparire quanto sia convinto di poter strappare il testimone a Elly alle primarie. I dem sono avvertiti e Giorgia anche. 

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