Guerra in Iran, la tregua non basta per ripartire

Se reggerà le ferite dell’economia reale saranno comunque lente da rimarginarsi. Dipenderà pure da come Hormuz riaprirà

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Donald Trump
Donald Trump

Un cessate il fuoco è meglio di niente. Vale anche per quello tra USA e Iran, con Israele forse più trascinato che convinto. In questo caso ci si accontenta di avere scampato un’escalation bellica, passata da illusoria strategia razionale a gioco d’azzardo col nucleare in campo. Invece, nel secondo, la tregua è una boccata d’ossigeno per l’economia.

Infatti dopo l’annuncio di cessate il fuoco i mercati hanno reagito con la loro logica classica: se cala il rischio sistemico aumenta la propensione al rischio. Difatti è stato premiato il Nasdaq che tratta le “frontiere tecnologiche”. Di qui il rally dei mercati. Ma il vento della finanza è tuttora incerto, come si vede dalle oscillazioni del secondo giorno post tregua dei prezzi di petrolio e gas. Tuttora, i mercati scontano troppe incertezze.

Resta che questi hanno prezzato il cessate il fuoco come una de-escalation del conflitto. Valutata come via per il reingresso di Washington nella partita petrolifera iraniana. Le incognite: il come dell’apertura di Hormuz e se Trump avrà voce in capitolo. Dipenderà pure da Pechino, il mediatore semi nascosto. Nel frattempo, ammesso che la tregua regga, che succederà all’economia reale?

In ogni caso, il ritorno alla situazione precedente il conflitto richiederà tempo. Lo evidenziano le avvisaglie di carenze di carburante per aerei. È un esempio di un caos logistico che una volta in atto è arduo riparare. Il fatto è che, pure con l’immediata riapertura di Hormuz, i ritardi logistici hanno tempi maggiori della diplomazia per essere smaltiti.

Inoltre, secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia la guerra ha colpito le infrastrutture dell’industria energetica in Medioriente. Questo, sommato ai rallentamenti per chiusure nella navigazione, crea un “vuoto di offerta” di prodotti energetici. L’oro nero, ad esempio, rispetto al pre-guerra passa da un eccesso di offerta fisica a scarsità per mancata produzione. Cui aggiungere che ci vuole tempo per tornare ai livelli precedenti.

Consola la presenza di un cuscinetto di scorte petrolifere globali che potrebbe aiutare in caso di mancata produzione e impatto sui prezzi. Peggio va per il Gpl (gas liquefatto) la cui offerta, in crisi anche per i danni da bombardamento dell'impianto di Ras Laffan in Qatar, rischia tagli di produzione in presenza di stoccaggi poco brillanti. Analogamente vale per il mercato dei derivati petroliferi di cui il Medioriente è un hub strategico.

Ecco perché i mercati finanziari sperano nella tregua: il bilancio della guerra è pesante. Addirittura, per l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale la “botta” petrolifera è stata peggio che nel 1973. Certo, sebbene oggi l’oro nero pesa meno sul PIL, il colpo è duro quantomeno per trasporti e fertilizzanti. Lo steso per il Gpl. Cui aggiungere l’incubo della stagflation, difficile da curare intrecciando assieme inflazione e recessione.

Se la tregua reggerà, comunque le ferite dell’economia reale saranno lente da rimarginarsi. Dipenderà pure da come Hormuz riaprirà. Se lo farà solo in parte, gli effetti distorsivi sul commercio mondiale permarranno. La guerra però una novità l’ha ricordata: gli stretti di mare possono facilmente divenire armi strategiche. Sarà Teheran, magari con Pechino e forse Washington, ad esercitare la signoria su Hormuz?

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