Il vicolo cieco di una tregua troppo fragile

Finito nella trappola persiana, Trump si è reso conto che “Furia epica” rischiava di tramutarsi in un successo militare difficilmente capitalizzabile in termini politici

Renzo GuoloRenzo Guolo

È fragile tregua tra Stati Uniti e Iran, fondata sullo scambio politico cessate il fuoco contro riapertura di Hormuz. Finito nella trappola persiana, l’improvvido inquilino della Casa Bianca, si è reso conto che “Furia epica” rischiava di tramutarsi in un successo militare difficilmente capitalizzabile in termini politici.

La reazione degli iraniani, che hanno usato la sola vera arma in loro possesso, il blocco di Hormuz prima ancora che i missili , ha infatti messo in crisi: gli alleati Usa nel Golfo; l’economia mondiale, ancora dipendente in larga parte da petrolio e gas; i rapporti con il fu Occidente, già ridotto geopoliticamente dal trumpismo a Emisfero occidentale.

Oltre che il consenso degli elettori a stelle e strisce, in particolare quelli che avevano votato The Donald nell’illusione che fosse davvero il cantore dell’isolazionismo Maga. Così, dopo aver minacciato di “distruggere la civiltà persiana”, Trump ha deciso di andare a vedere il gioco.

Facendo leva sulla speculare necessità della Repubblica Islamica: al di là dei proclami, questa non avrebbe potuto reggere un’offensiva che avesse messo nel mirino, oltre che i quadri politici e militari del regime, arsenali e impianti per la produzione bellica, anche le infrastrutture energetiche e civili.

Il tracollo delle condizioni di vita della popolazione può innescare una crisi interna capace di dare corpo a quel fantasma insurrezionale che il “sistema” è, sin qui, riuscito a sventare grazie alla repressione interna e al tradizionale orgoglio nazionale persiano, ostile a interferenze esterne. La Repubblica Islamica è sempre stata consapevole di non poter reggere il doppio urto proveniente dall’alto e dal basso, dal cielo e dalla strada.

Ma, al di là della trattativa in sé, il terreno d’intesa resta labile. Come evidenzia non solo la palese differenza tra i “dieci punti” iraniani e i “quindici punti” trumpiani, ma anche l’ipoteca sull’accordo costituita dall’acuminata spada di Damocle israeliana.

Ostile a una fine del conflitto che ipotecherebbe i piani di Tel Aviv e i suoi personali, Netanyahu ha detto che il Libano resta fuori e, a scanso di equivoci, ha subito avviato una nuova, estesa, offensiva militare nei confronti del Paese dei Cedri. Mossa destinata a perseguire non solo l’occupazione del sud ma anche la definitiva liquidazione di Hezbollah, di cui Teheran reclama la tutela in nome degli speciali legami politici, ideologici, religiosi, instaurati con il Partito di Dio.

Bibi, che ha convinto Trump a scendere in guerra, non rinuncerà a forzare la situazione sino al punto da mettere in crisi la trattativa. Nella guerra contro il paese che ritiene la sola vera minaccia esistenziale per Israele, il premier sa di giocarsi il proprio futuro ed è disposto a tutto pur di far fallire l’intesa.

In queste due settimane, Israele può spingersi sino al fiume Litani e oltre, continuare a fare di Beirut un campo di battaglia, tentare di uccidere, come ha provato a fare anche in queste ore, il leader di Hezbollah Naim Qassem. Tutte mosse che possono spingere in un vicolo cieco i colloqui tra Teheran e Washington. 

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