Pd, il rebus primarie: Schlein tra il "sorpasso" di Conte e il fantasma del Papa Straniero

Mentre il Movimento 5 Stelle detta i tempi e Renzi spinge per il voto popolare, il Nazareno prova a prendere tempo citando crisi internazionali e carovita. Ma il rischio è l'immobilismo: senza una guida chiara verso il 2027, il centrosinistra rischia di farsi egemonizzare dai "surrogati" o dalla società civile

David AllegrantiDavid Allegranti

Dopo una prima fase di disorientamento – dovuta al tempismo di Giuseppe Conte, ormai consumato professionista della politica – il Pd si è ripreso e adesso sta provando a disinnescare il dibattito sulle primarie.

Il partito di Elly Schlein cerca di addurre molte ragioni per rinviare la scelta del prossimo leader del centrosinistra. La guerra, il caro vita, la relativa lontananza dalle elezioni politiche del 2027, persino qualche dubbio sullo strumento in quanto tale: «Le primarie sono diventate un po’ un problema manovrato da tanti elementi esterni, per cui hanno perso il carattere che avevano un tempo. Sono diventati più giochi di correnti e di media che non una vera espressione di popolo» (Romano Prodi, La7).

«La priorità ora è di altro tipo» (Goffredo Bettini, La Stampa). «È una discussione intempestiva: in questo momento, con le bollette che esplodono e il potere d’acquisto che scende, parlare di primarie mi sembra fuori dal mondo» (Pierferdinando Casini, La Stampa). «Per noi le primarie sono uno strumento, non è detto che sia l’unico. Ma sicuramente non è questo il momento di discuterne» (Igor Taruffi, Corriere).

Tra i più accesi sostenitori del Campo Largo e della consultazione tra i sostenitori di centrosinistra rientra invece il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, che invita il centrosinistra ad avere coraggio, quello che, sottolinea, non ha il governo Meloni: «Andranno a votare tre milioni di persone. Meglio di così non può andare. Anime belle della sinistra dicono che non si possono fare. Ma qual è l’alternativa? Meloni ha paura del popolo, non il centrosinistra».

Per la segreteria del Pd se ne parla troppo, concedendo un vantaggio a un candidato assai competitivo (anche nei confronti di Giorgia Meloni): il capo del M5S. Certo, sarebbe un po’ pittoresco, a voler essere gentili, se proprio il Pd e proprio Elly Schlein – che deve il suo posto di segretaria alle primarie di centrosinistra – cercassero di lasciar cadere, con nonchalance, il caso della leadership dei progressisti. La tempistica non eliminerà il problema, che non può essere relegato a mero fastidio solo perché il Pd non ha saputo approfittare del momento, come invece ha fatto l’ex presidente del Consiglio subito dopo il risultato del referendum costituzionale. La discussione non potrà andare avanti a lungo, checché ne dicano i Taruffi.

Nell’assenza di leadership a sinistra nascono peraltro i surrogati. Conte a lungo è stato il surrogato della guida di tutto ciò che stava all’opposizione della destra; il Pd aveva trovato in lui e nel rapporto con il M5S la modalità più giusta per farsi perdonare ipotetiche colpe del passato.

Non solo: a sinistra sembrano sempre alla ricerca di un papa straniero esterno ai partiti, che possa rappresentare istanze disattese dalle forze tradizionali. Per questo, con il passare delle settimane o dei mesi magari qualche esponente della cosiddetta società civile potrebbe acquistare spazio e visibilità.

Al Pd insomma non conviene lasciare che il dibattito venga egemonizzato da altri. Anche perché, di questi tempi, ci sarà sempre qualcosa di più urgente di cui occuparsi. La guerra, l’inflazione, il petrolio. 

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