Non c’è più il ruolo del pontiere tra Usa e Ue

Nelle comunicazioni alle Camere sulla situazione del Medio Oriente prima del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, la presidente del Consiglio ha pronunciato parole più nette del solito

Massimiliano PanarariMassimiliano Panarari
Giorgia Meloni in Parlamento
Giorgia Meloni in Parlamento

A caratterizzare la politica estera italiana sotto il governo Meloni è sempre stata una significativa dose di funambolismo. Mentre nelle comunicazioni di ieri alle Camere sulla situazione del Medio Oriente prima del Consiglio europeo del 19 e 20 marzo, la presidente del Consiglio ha pronunciato parole più nette del solito.

Possibile che lo abbia fatto anche e soprattutto in vista del voto referendario, avendo bisogno di mostrare un atteggiamento collaborativo rispetto al clima iperconflittuale e polarizzante dispiegato dalla maggioranza (e ricambiato dall’altra parte) a cui l’opinione pubblica è costretta ad assistere. Fatto sta che la premier ha battuto principalmente su due tasti: l’Italia non è in guerra, e disponibilità a una cooperazione con le opposizioni. Ma non si è fatta mancare l’attacco ai giudici per la revoca dei trasferimenti nei cpr in Albania, a ribadire per l’ennesima volta l’egemonia ossessiva della campagna elettorale permanente.

Al Senato, nella mattinata, Meloni si era premurata innanzitutto di allontanare le colpe che il sinistracentro addossa al suo esecutivo. E, dunque, ha dichiarato che il governo non è complice di decisioni altrui né delle conseguenze economiche perniciose che si stanno configurando (promettendo multe per i rincari della benzina).

E ha affermato che l’attacco di Stati Uniti e Israele è «stato un intervento unilaterale condotto fuori dal perimetro del diritto internazionale», pur sottolineando l’esigenza di scongiurare la minaccia nucleare del regime degli ayatollah e delineando così su questo punto una convergenza con i partiti centristi.

Ha provato a lanciare anche un ramoscello d’ulivo, non si sa quanto davvero convinto, alle minoranze con la proposta di un tavolo di confronto a palazzo Chigi, ma l’offerta è stata rispedita indietro. Con un fuoco di fila serrato, la richiesta di Pd, M5S e Avs di non concedere l’uso delle basi americane sul suolo nazionale, e i cappellini rossi in stile Maga, ma con la scritta “No alla guerra”, agitati dai pentastellati. Ma, altresì, con i distinguo di Calenda e Marattin e, per certi versi, anche di Renzi e Magi. Del resto, 4 sono state le risoluzioni differenti presentate dalle minoranze, alla faccia dell’unità (niente di nuovo…).

Meloni in questi giorni ha frenato sull’invio di navi italiane, giocando di sponda con il cancelliere tedesco Merz, con l’eccezione della fregata spedita a Cipro. Il timore di incidenti nello Stretto di Hormuz, dove la situazione è sempre più incandescente (e Teheran e i suoi proxy hanno seminato delle mine), la induce a invocare una de-escalation prima di qualunque intervento delle nostre forze armate nello scenario bellico.

Insieme alle colonne di fumo che si alzano dall’Iran, ad andare definitivamente in fumo pare anche la strategia meloniana di fare da pontiere fra l’Amministrazione Usa e l’Ue, su cui aveva fortemente scommesso per rafforzare la propria immagine internazionale. Per la verità una mission impossible sin dalle premesse, ma che l’inevitabile divaricazione fra le due sponde dell’Atlantico rende ora assai palese. Come lo è pure ogni “intesa cordiale” tra maggioranza e opposizione, con Meloni che nella replica finale alla Camera parla di «strabismo del Pd sulle bombe Usa» e le minoranze che la definiscono «succube di Trump». —

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