La via d’uscita europea alla crisi
Un mondo così integrato e interdipendente ha bisogno di riformare, non di smantellare le istituzioni multilaterali

Le previsioni, si sa, sono fatte per essere smentite. Sarà anche per questo che nel presentare il suo ultimo Rapporto di Previsione, il Centro Studi Confindustria (Csc) mette subito le mani avanti prospettando ben tre possibili scenari. Una scelta, quella di affidarsi a scenari diversi, che il Csc non faceva da anni, a conferma dell’incertezza che oggi pesa sul futuro dell’economia italiana e internazionale.
D’altro canto, uno di questi tre scenari – quello più ottimistico, che prevede la conclusione della guerra del Golfo in quattro settimane – è oramai da escludere. Restano dunque gli altri due, che per i prossimi due anni prevedono crescita zero nel caso la guerra si concluda entro quattro mesi, e una recessione se andasse oltre. In entrambi i casi il peggioramento del quadro economico non sarebbe, evidentemente, l’unico problema.
Tuttavia, sempre restando alle previsioni Csc, l’economia italiana soffrirebbe più di altre il prolungamento della crisi a causa delle sue fragilità strutturali, che riguardano innanzitutto la questione energetica, ma anche i limiti di finanza pubblica e, a ben vedere, pure la maggiore dipendenza dalla domanda estera, misurata dal surplus di bilancia commerciale.
Se quest’ultimo aspetto è stato finora interpretato come fattore di competitività, si sta oggi rivelando un punto di debolezza. Basti pensare che proprio i mercati del Medio Oriente erano diventati uno sbocco importante per le nostre esportazioni.
Ora anche questi mercati sono diventati a rischio. Va anche detto che le imprese italiane hanno finora mostrato una grande capacità di adattamento, superando le ultime crisi – dal Covid, alla guerra in Ucraina, fino ai dazi di Trump – con sorprendente vitalità. Difficile dire se anche stavolta sarà così, ma è indubbio che fare leva sulla vivacità imprenditoriale rimane la migliore chance per evitare una recessione.
La questione politica di fondo diventa allora cosa fare per non indebolire le imprese più dinamiche e sostenerle nei loro investimenti produttivi, particolarmente influenzati dal clima di incertezza. Tre i punti sui quali fissare l’attenzione.
Il primo è riconoscere il fallimento del nazionalismo in un mondo così integrato e interdipendente, che ha bisogno di riformare e rafforzare, non di smantellare, le istituzioni multilaterali. A partire dall’Unione Europea, livello al quale bisognerebbe portare la politica industriale ed energetica, sempre più complementari a quella commerciale
L’Italia risulterebbe non solo tra i principali beneficiari di un piano europeo per la sicurezza energetica, ma data la sua posizione geo-strategica, anche protagonista negli scambi di risorse, infrastrutture e tecnologie con l’area del Mediterraneo e il continente africano.
Ma una politica per l’innovazione e la sicurezza energetica richiede anche una più coraggiosa iniziativa interna, promuovendo una mobilità più sostenibile e il rinnovo del patrimonio abitativo, coniugando efficienza energetica e aumento dell’offerta residenziale.
Una politica nazionale di questo tipo, sulla quale far convergere investimenti pubblici e privati, richiede tuttavia una forte collaborazione delle città e dei territori. Superare il centralismo è un’altra riforma di struttura e cultura politica che non possiamo più attendere.
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