Guerra in Medioriente, dieci mesi per non cadere in un incubo, anzi due: inflazione e recessione
Il conflitto presenta il conto economico. Lo studio di Confindustria propone tre scenari: la durata della guerra in Medioriente determinerà anche le sue conseguenze

Il conflitto in Medioriente presenta il conto economico. Quindi anche all’UE, Italia compresa, sebbene nessuno degli Stati membri al momento sia operativamente coinvolto. Due i danni portati dalla guerra anche se breve: l’inflazione e rischi di recessione.
Lo studio di Confindustria propone tre scenari. Nel primo la guerra finirebbe entro marzo; nel secondo il conflitto si protrarrebbe per 4 mesi; nel terzo, infine, supererebbe i 10 mesi. La differenza temporale tra questi determina l’impatto del fatto bellico su prezzi e recessione.
Va sottolineato che già ora i mercati tendono ad incorporare le emergenti aspettative inflattive sui tassi così già anticipando possibili decisioni monetarie restrittive di BCE. Merita inoltre ricordare che gli scenari del Rapporto suppongono che nelle aree belliche permanga sia l’integrità di capacità produttiva che dell’infrastruttura logistica. È un’ipotesi prudenziale, pur se queste abbiano già subito dei danni. Questo consente al Rapporto di concentrarsi sull’impatto sui prezzi e il ciclo economico della guerra.
Lo shock d’offerta di origine politico/bellica costringe le autorità politiche e monetarie del Vecchio Continente, ma non solo loro, ad affrontare l’incubo della stagflation (il combinarsi si inflazione e recessione assieme) che pareva dissoltosi col ‘900. Certo è che la crisi bellica ci porta una certezza. Ed è che i rincari dell’energia metteranno sotto pressione, politica oltreché economica, i bilanci pubblici degli Stati membri dell’UE.
Il fatto che il Consiglio europeo della scorsa settimana abbia rimandato ogni decisione in merito evidenzia le difficoltà in campo sul “che fare?”. Forse l’esperienza della pandemia potrebbe dare dei suggerimenti. Nel senso che allora fu la sospensione del Patto di Stabilità ad evitare che la paralisi da Covid distruggesse capacità produttiva. Il quesito è se si tratti di una strategia di politica economica oggi replicabile.
Il prezzo pagato fu un’ondata inflattiva che, va detto, le Autorità Monetarie al tempo sottovalutarono. Merita anche ricordare, peraltro, che l’impatto sui bilanci pubblici fu limitato. Questo fu possibile perché la BCE in Europa, ma nel mondo in buona compagnia delle consorelle, accettò di fare da bancomat (bassi tassi di interesse) ai governi abbassandone l’onere in quanto debitori.
Purtroppo però allora come sempre qualcuno paga necessariamente il conto. Infatti, come sottolinea il prof. D’Antoni, l’onere dell’inflazione che seguì al Covid ricadde sulle famiglie che pagarono in termini di potere d’acquisto i deficit pubblici che peraltro consentirono l’immediata ripresa post-pandemica. Il quesito è se si riaprirà la questione della sospensione del Patto di Stabilità e dei suoi possibili effetti distributivi via inflazione.
Decisiva sarà la BCE se aiuterà le finanze pubbliche comprando debito pubblico e tenendo bassi i tassi o se terrà il punto della lotta all’inflazione. Comunque sono opzioni sensate se la guerra in Medioriente sarà breve. Altrimenti, se durerà oltre i 10 mesi con distruzioni di capacità produttiva, saremo in un mondo incognito a rischio di razionamenti fisici. Un incubo, insomma. —
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