I tre dilemmi di Giorgia: la trappola della legge elettorale e l'ombra di Vannacci sulla corsa al Quirinale

Tra preferenze, il bivio presidenzialista e le richieste dei vicepremier, Meloni cerca la rotta per il Colle. Ma i sondaggi del generale al 6,4% complicano i piani di stabilità della maggioranza

Carlo BertiniCarlo Bertini

Sono tre strettoie, una più insidiosa dell’altra e la premier sarà costretta a passarci in mezzo, scegliendo la migliore traiettoria per non andare a sbattere. Un tragitto da cui non si scappa, perché ogni tornante è legato all’altro e la posta in palio è issare la bandiera con la fiamma tricolore sul torrino del Quirinale, lì dove nessun esponente di destra era riuscito a salire.

Essere o non essere di parola, questo il primo dilemma di Giorgia. Tirare dritto come promesso con una nuova legge elettorale presidenzialista; o tenersi stretta quella attuale, che permetterebbe un accordo con Vannacci dopo il voto senza essere costretti a imbarcarlo prima. Ben sapendo che solo varando il sistema di voto con il cospicuo premio di maggioranza potrebbe forse espugnare il Colle senza la “sporca dozzina ”di Vannacci: che in cambio del suo appoggio, visti i sondaggi che lo danno al 6,4% sopra la Lega, chiederebbe un prezzo inaccettabile.

Secondo rebus. Litigare o no con Tajani e Salvini su un punto dirimente della nuova legge elettorale, le preferenze: ovvero ridare ai cittadini la scelta degli eletti, opzione invisa ai due vicepremier. Scontentarli per dimostrare al generale di avere gli “attributi” rifiutando un sistema che premi “gli unti dei partiti” - e non i prescelti dagli elettori - può causare contraccolpi imprevedibili al cammino del governo nel prossimo anno. Trappole, veleni e vendette.

Terzo e non ultimo, mettere in conto un insidioso braccio di ferro col presidente della repubblica su un voto anticipato, che al Quirinale accetterebbero solo se unificato alla tornata di maggio per i sindaci delle grandi città, dove la destra è svantaggiata e teme trascinamento verso il basso se vi fosse un election day.

Tre dilemmi dunque da far tremare i polsi. Cui se ne aggiunge un altro, se vogliamo minore ma non troppo: concedere a Salvini i galloni di ministro dell’Interno al posto del prefetto Piantedosi, idea accarezzata da un paio di settimane (come già riportato su queste colonne) proprio per aiutare il Capitano a difendersi dalle incursioni dei nordisti rafforzando il proprio profilo di tutore di legge e ordine; e per sgonfiare la propaganda di Vannacci sul nodo sicurezza, combattendo sul suo terreno la battaglia della propaganda.

Certo, in politica la trattativa è prassi, quindi nulla esclude che Giorgia si presenti da Matteo offrendo un do ut des: se vuoi prendere il posto dell’altro Matteo,al Viminale, allora voglio l’ok sulla benedette preferenze. Così come Tajani potrebbe chiedere in cambio di una sua rinuncia a decidere gli eletti, l’esclusione di Vannacci dalla coalizione (su diktat dei Berlusconi).

Ma quando si comincia non si sa dove si finisce, perché escludendo a priori il generale Giorgia si legherebbe le mani. La premier è dentro un ginepraio da cui potrebbe forse districarsi ma con la spada di Damocle di un generale molto ringalluzzito dai sondaggi. Che farebbe infatti se le percentuali di gradimento di FnV salissero presto al 10%? Insisterebbe nel tenerlo a distanza? Che farebbe poi se Salvini fosse detronizzato a Pontida dopo aver snobbato le richieste dei governatori del Nord? Troppe variabili e tre sicure strettoie da superare: Meloni per la prima volta forse faticherà a tenere unita la sua maggioranza.

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