Paghiamo a Hormuz il dazio della guerra di Trump
Ora che il conflitto appare temporaneamente raffreddato, lo Stretto che riapre a singhiozzo prepara una seconda botta di medio termine, stavolta al sistema industriale

La crisi di Hormuz seguita alla guerra di Trump in Iran è un colpo di frusta. Ha spinto il greggio alle stelle, fiaccato l’economia, infiammato le bollette di imprese e consumatori, acceso l’inflazione sino a costringere la Bce ad alzare i tassi.
Ora che il conflitto appare temporaneamente raffreddato, e i prezzi stanno rallentando, lo Stretto che riapre a singhiozzo prepara una seconda botta di medio termine, stavolta al sistema industriale, perché le carenze di approvigionamento “possono influenzare la crescita e l’inflazione oltre l’impatto sui prezzi globali dell’energia”.
Senza un’adeguata riorganizzazione dell’accesso alle materie prime, avverte la Bce, la perdita del valore di produzione può arrivare al 3 per cento, con effetti pesanti sulla dinamica del Pil continentale. È un dato meno negativo rispetto alla decelerata delle Tigri asiatiche. Ma per chi, come noi, era già gracile prima, è una legnata potenzialmente dolorosa. Voliamo in una zona grigia. Un testo di riflessione della Banca centrale europea invita a ragionare sul magazzino della congiuntura, sugli elementi che fanno girare lo sviluppo, sulle forniture strutturali.
Se scarseggiassero petrolio e gas, avverte Francoforte, si creerebbero colli di bottiglia insormontabili, visto che ciò che occorre «potrebbe non essere sostituito perché le riserve strategiche nazionali sono indisponibili o le scorte sono state esaurite».
L’allarme è anzitutto per le aziende energivore, ma l’effetto può tracimare e contagiare tutti i settori dell’industria. Per questo lo sforzo va concentrato sulle risorse, su come fare il pieno al motore dell’economia, considerando che gli investimenti a medio termine possono avere effetti ribassisti immediati sui listini. “Monitorare le dipendenze energetiche dirette e indirette” scrive la Bce. Poi muoversi per tappare i buchi al minor costo possibile.
L’analisi dice che l’inflazione che rallenta non è destinata a tornare dove era prima dell’attacco a Teheran. “Resterà in maniera persistente più alta”, prevedono all’Eurotower. Il consenso fra gli analisti è che il costo del denaro salirà di nuovo, in luglio o settembre. La convinzione è che la guerra di Trump sia la fine della gratuità del passaggio sullo stretto. Violando il diritto internazionale, l’Iran ha deciso di far pagare chi incrocia le acque di Hormuz.
Quando l’Oman ha dichiarato che si tratta di un contributo per la conservazione ambientale della regione è risultato chiaro che il passato è passato. “Se l’Iran ti chiede un contributo volontario per passare sotto i suoi droni, glielo dai”, ammette una fonte diplomatica. Vuol dire che da quella parte i costi non caleranno, da cui l’effetto di medio periodo sulla spina dorsale dell’industria europea.
La Bce consiglia di lavorare su scorte e pianificazione di emergenza, consapevole che la calma potrebbe non durare. Visto che non possiamo rinunciare all’energia, governi e diplomazia devono parlare con tutti. La risposta alle incognite di Hormuz è un concerto di iniziative globali e “se l’America non ci sta, c’è l’India”, afferma l’ex ambasciatore. È persuaso che abbiamo possibilità anche in questo tempo delle scelte difficili. Basta capire che il mondo, comunque vada, non sarà più quello di gennaio. E agire di conseguenza per reagire al cambiamento.
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