Ma davvero sono i giovani il problema?
Ha ragione il presidente Mattarella nel rimarcare che il problema non “sono” i giovani. Diffidenza, distacco, talora persino rabbia sono espressi, piuttosto, da chi è da poco uscito dall’età giovanile – o si rifiuta di farlo

«Diffidenti, distaccati, arrabbiati»? Ha ragione il presidente della Repubblica: chi usa questi aggettivi per descrivere i giovani italiani, non li conosce. Lo stesso profilo, però, si adatta molto bene alle fasce anagrafiche successive.
Dati alla mano, l’immagine richiamata da Mattarella, nel suo messaggio di fine anno, risulta in larga misura distorta e fuorviante. I risultati del rapporto su “Gli italiani e lo Stato”, realizzato da LaPolis-Università di Urbino con Demos e Avviso Pubblico, offrono un quadro ben diverso.
Almeno se si concentra l’attenzione sulla fascia compresa fra i 18 e i 30 anni. I giovani non sono disimpegnati. Sia dal punto di vista sociale sia sotto il profilo politico. Partecipano in proporzioni superiori al resto della popolazione.
Più di uno su due è attivo nel volontariato. Politicamente, prediligono le forme più innovative di coinvolgimento. In particolare, quelle che passano attraverso la rete e il digitale. E attraverso i consumi. Vedono un futuro incerto – e come non essere d’accordo… – ma non più degli italiani in generale.
Hanno, certo, un giudizio critico verso le istituzioni, ma rimangono saldamente ancorati alla prospettiva democratica. E all’orizzonte europeo, con tassi di fiducia nell’Ue nettamente superiori alla media – particolarmente bassa – espressa dall’opinione pubblica nel suo insieme.
Così, dicevamo, gli under-30. Senza considerare coloro che non hanno ancora raggiunto l’età di voto. Poi, dipende sempre dalla definizione di “giovane”. In un Paese nel quale, ancora secondo le opinioni raccolte dai sondaggi, si rimane giovani fino a 50 anni, ha senso guardare a cosa succede nelle fasce anagrafiche immediatamente successive: quelle dei trentenni e dei quarantenni. È lì che il quadro si fa decisamente più cupo. Per certi versi, si capovolge. È in questi settori della popolazione che monta l’insoddisfazione.
La sfiducia dilaga. L’orizzonte si “chiude” e cresce il senso di deprivazione del futuro. Insieme a quello di declino e arretramento sociale, con una persona su due a ritenere peggiorata la propria situazione economica nel corso degli ultimi anni. Il risentimento prevale, nel rapporto con le istituzioni, e cresce la tentazione di chiamarsi fuori.
Si insinuano orientamenti avversi alla democrazia e diventano più attraenti le soluzioni autoritarie. La stessa indagine LaPolis rivela come, nella fascia 30-44 anni, salga oltre un terzo degli intervistati la frazione di chi ritiene auspicabile un ritorno al fascismo, almeno per un breve periodo.
Ha davvero ragione, allora, il capo dello Stato, nel rimarcare che il problema non “sono” i giovani. Diffidenza, distacco, talora persino rabbia sono espressi, piuttosto, da chi è da poco uscito dall’età giovanile – o si rifiuta di farlo. E vive le difficoltà legate al (definitivo) ingresso nell’età adulta: la gestione di un nuovo nucleo famigliare, il passaggio dalla condizione di figlio a quella di genitore, lo scarto tra le aspettative professionali e l’effettiva progressione di carriera. Tra i sogni della gioventù e le opportunità effettivamente offerte dall’Italia. È proprio in questo iato, forse, che prendono forma le maggiori insidie per il Paese.
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