L’illusione dorata dell’America
L’effetto dazi profetizzato da Trump funziona solo con il metallo prezioso: +60% nel 2025

Chissà se Donald Trump, quando nel suo discorso di inizio mandato annunciava per gli Stati Uniti una nuova età dell’oro, aveva in mente il boom del mercato del prezioso metallo, il cui prezzo, secondo Reuters, è cresciuto nel 2025 del 60%, con previsioni di ulteriori rialzi per l’anno in corso.
Le ragioni di questa tendenza risiedono nell’aumento della domanda di un bene rifugio da parte degli investitori, preoccupati per l’incertezza geopolitica e per le sorti dell’economia americana, in particolare della finanza pubblica, con conseguente alleggerimento delle riserve in dollari. Nel corso del 2025 il deprezzamento della valuta americana rispetto all’euro è stato infatti del 15%, con un tasso di cambio che potrebbe ulteriormente indebolirsi se la Federal Reserve, nonostante un’inflazione al 3%, si piegherà al diktat ribassista sui tassi di interesse.
L’aspetto curioso è che il mercato dell’oro è alimentato proprio dagli americani. Come ha osservato Ana Swanson, notista di commercio internazionale per il New York Times, il recente aumento delle esportazioni e il calo del deficit commerciale degli Stati Uniti sono stati in parte trainati dal commercio di oro. Nell'arco dell’anno le esportazioni americane di oro sono infatti più che raddoppiate, raggiungendo nel solo mese di ottobre 17 miliardi di dollari.
Oltre a questo fenomeno, il miglioramento dei saldi commerciali registrato a ottobre 2026 sconta anche la caduta congiunturale delle importazioni dopo gli acquisti dall’estero anticipati nella prima metà dell’anno per evitare le tariffe. Considerato l’intero periodo gennaio-ottobre 2025 le importazioni negli Stati Uniti sono infatti cresciute più delle esportazioni, aggravando perciò il deficit con l’estero e confermando la difficoltà di cambiare marcia attraverso il rilancio della base manifatturiera.
Del resto, è difficile pensare che una politica basata su idee protezioniste del XIX secolo, quando le economie erano ancora principalmente agricole e il commercio mondiale incideva poco più del 5% sul Pil, possa funzionare nell’economia del XXI secolo, che risulta invece molto più integrata, interdipendente e multipolare proprio grazie a modelli produttivi e tecnologie sviluppate negli Stati Uniti. Il caso Apple – che per produrre l’iPhone deve assemblare migliaia di componenti prodotti in 28 Paesi diversi – è solo il più noto di una lunga serie.
Più della metà dell’interscambio mondiale si basa oggi su beni intermedi che alimentano catene di fornitura costruite attraverso ingenti investimenti diretti all’estero. Secondo Unctad – l’agenzia delle Nazioni Unite che monitora i movimenti internazionali di capitale, da cui gli Usa si sono appena ritirati in conseguenza dell’ultimo ordine esecutivo della Casa Bianca – nel 2024 lo stock di asset produttivi detenuti all’estero da imprese non finanziarie ha raggiunto nel mondo il valore record di 50 trilioni di dollari.
Assumendo, secondo un’ipotesi cautelativa, che almeno un terzo di questo stock sia attribuibile a multinazionali americane, significa che gli Stati Uniti detengono all’estero, soprattutto in Europa e in misura minore in Asia e America Latina, un capitale produttivo pari al 60% del proprio Pil. I dazi americani colpiscono dunque anche queste imprese, alcune delle quali, in particolare nell’industria dei semiconduttori e della farmaceutica, hanno infatti ottenuto esenzioni data la natura strategica delle loro produzioni.
Ma i dazi colpiscono anche le importazioni di componenti delle imprese estere presenti negli Usa, limitando quegli ulteriori investimenti sollecitati proprio dal presidente Donald Trump per accrescere e rinvigorire la produzione nazionale. Anche il dato più recente sull’occupazione manifatturiera negli Stati Uniti, che documenta un ulteriore calo, è lì a dimostrare che l’età dell’oro è più facile da annunciare che realizzare. A meno che non ci si limiti a commerciare in oro. —
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