Gli iraniani sguazzano nella trappola di Hormuz

Trump ha fretta di chiudere il conflitto ma non può perdere la faccia dopo che il mondo intero ha letto come sconfitta strategica un’intesa che tiene in vita il regime iraniano e gli consegna un’influenza senza precedenti nella regione

Renzo GuoloRenzo Guolo
Una esercitazione delle truppe della marina iraniana
Una esercitazione delle truppe della marina iraniana

E’ di nuovo in fiamme la fragile tregua tra Usa e Iran, minata dalle sue stesse, esili, premesse: il vago, e perciò controverso, memorandum di Islamabad firmato il 17 giugno.

Al centro della scena, ancora una volta, Hormuz, di cui gli iraniani non intendono cedere il controllo. Lo Stretto è il perno della loro deterrenza, la Bomba senza la Bomba, la sola carta capace di garantire, in uno scenario di evidente asimmetria militare con Usa e Israele, la sicurezza del paese e la continuità del regime.

Ribadire che Hormuz è transitabile solo con il loro avallo, e in futuro con o senza la “collaborazione” dell’ambiguo Oman – a sua vola premuto dagli Usa perché faccia passare le navi vicino alle sue coste -, imponendo dopo i sessanta giorni di tregua un pedaggio o , secondo l’eufemismo usato per renderlo più digeribile, un “ contributo per i servizi”, significa esplicitare che la circolazione in quelle calde acque, dunque l’andamento dell’economia mondiale, dipende dall’Iran. Posizione che Teheran ritiene sancita dall’articolo 5 dell‘intesa firmata il 17 giugno dai poco esperti negoziatori Witkoff e Kushner.

Trump ha fretta di chiudere il conflitto ma non può perdere la faccia dopo che il mondo intero ha letto come sconfitta strategica un’intesa che tiene in vita il regime iraniano e gli consegna un’influenza senza precedenti nella regione: a partire dal Golfo , dove Arabia Saudita e Qatar sono contrari a un’altra guerra, o uno stillicidio di rappresaglie e controrappresaglie che molto gli somiglia. E il saudita Bin Salman pensa che se il regime di Teheran non può essere abbattuto, tanto vale associarlo a un accordo che garantisca la sicurezza del Golfo.

E’ questo scenario a indurre Trump a annunciare di voler riprendere il controllo di Hormuz. Un braccio di ferro che il nocciolo duro del potere iraniano, nelle mani di conservatori religiosi e Pasdaran, non teme di ingaggiare. Convinto com’è che, comunque, il negoziato - che in due soli mesi dovrebbe sciogliere aggrovigliati nodi come il nucleare, le sanzioni, i fondi congelati, le esportazioni petrolifere-, non porterà da nessuna parte. Anche perché l’ inquilino della Casa Bianca si muove senza una precisa strategia ed è premuto da Netanyahu, che spinge per la ripresa totale del conflitto.

Dopo la grande e partecipata cerimonia funebre itinerante di Alì Khamenei, la Guida uccisa dai raid israelo-americani, poi, il regime si sente più forte. Tanto da affermare che se gli Stati Uniti non rispetteranno gli impegni assunti nel memorandum d'intesa, l'Iran smetterà di attenervisi. Evocando, inevitabilmente, nuovi blocchi e tensioni nei mercati.

Messaggio che fa leva sulla convinzione che il timore di una sonora sconfitta nelle elezioni di Midterm consenta a Trump, più che una ripresa su vasta scala della guerra, solo qualche raid: pesanti ma riassorbibili. E che, nonostante le minacce, l’inquilino della Casa Bianca, non riuscirà uscire dalla trappola persiana in cui si è cacciato.

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