La metamorfosi dello spirito nazionale tedesco
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt riapre il dibattito sull’identità tedesca e sulle radici del nazionalismo. Un ritorno al passato che, secondo l’editoriale, rischia di riportare la Germania verso i suoi demoni

Cosa sta succedendo in (o meglio: alla) Germania? È la domanda che si impone dopo la schiacciate vittoria dell’AfD nelle elezioni della Sassonia-Anhalt. Certo ampiamente prevista e annunciata, ma non con queste proporzioni.
Lasciamo ai politologi di fare il loro mestiere, e mettiamo tra parentesi, almeno per un momento, il clima che si respira oggi in Europa, ma anche negli Usa, dove i partiti di destra-destra, più o meno amici di AfD, vanno con il vento in poppa, anche se si avverte qua e là qualche scricchiolio.
E concentriamoci sulla Germania: perché non è fuorviante parlare, pur con tutte le cautele necessarie, di una eccezionalità tedesca. Non bastano le pur giuste considerazioni sugli errori dell’unificazione e sulle conseguenze di esse sulla quotidianità di chi è rimasto a vivere da quelle parti. Perché il dato su cui riflettere è che l’AfD è dato nei sondaggi al 20% in Baviera, al 24% in Renania-Palatinato, al 18% nello Schleswig-Holstein, e anche a Berlino.
Il nazionalismo nasce nella storia europea in un preciso momento storico, gli ultimi trent’anni del Settecento, all’interno di un clima culturale che in quel momento si sta sviluppando soprattutto in Germania. È la reazione all’Illuminismo che ha nel cosmopolitismo di Kant la sua espressione più alta e che si manifesta con alcune figure a torto ritenute minori, come quella di Johann Gottfried Herder.
Con lui, ma non solo con lui, si apre una stagione nuova, quella del “romanticismo”, che non è solo una corrente letteraria che impone un’estetica nuova, ma un movimento culturale che cambia radicalmente la storia dell’Europa.
Di fronte alle proposte kantiane per una “pace perpetua” tra gli Stati attraverso una federazione in grado di evitare i conflitti tra loro, Herder afferma, ad esempio, che compito dello Stato è “favorire ciò che giace in una nazione e destare ciò che vi dorme”, partendo dal presupposto che “la generazione nazionale resta la stessa per millenni se non ha mescolanze estranee”, per cui “se accade che influssi stranieri vengono introdotti, lo ‘spirito nazionale’ non può non risentirne in negativo”.
E si potrebbe continuare. Su queste premesse nascono i “Discorsi alla nazione tedesca” di Fichte, quando Napoleone (tra il 1807 e il 1808) occupa la Germania ancora priva di quell’unità politica che solo il Regno di Prussia del kaiser Wilhelm II e di Bismarck riuscirà a realizzare nel 1871. Per evitare riferimenti troppo imbarazzanti al Terzo Reich, quello hitleriano, che dell’ideologia imperialistica di quello bismarckiano (con annessa deriva razzistica) è l’erede, l’AfD si richiama alla tradizione tedesca, al “deutsch denken”, quel “pensare tedesco” nato dal Volksgeist, lo “spirito del popolo”. Che è lo “spirito nazionale” di Herder che ritorna, in nome del “Alles für Deutschland”, “tutto per la Germania”, motto caro a Goebbels e ora a Bjȍrn Hȍcke, leader Afd in Turingia (dove è data al 40%).
C’è il rischio che il programma dell’AfD, proponendo una visione del futuro che viene dal passato, da quel passato, risospinga la Germania nelle braccia dei suoi demoni. Dio non voglia che accada. Nuove tragedie si preparerebbero per l’intera Europa.
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