Le cure palliative in una legge sul fine vita
Il nostro Paese è indietro sulle cure palliative, l’utilizzo pro capite della morfina è metà della media europea. Spingere in questa direzione è una scelta di civiltà

La legge sul fine vita è stata approvata dal Consiglio Regionale del Veneto, con i voti favorevoli del Partito Democratico, di AVS e di buona parte della Lega.
La possibilità di suicidio assistito era già stata introdotta in Italia sette anni fa dalla Corte Costituzionale. La sentenza 242 del 2019 stabilisce la possibilità di suicidio assistito se sussistono, in contemporanea, quattro condizioni: malattia inguaribile; sofferenze che il paziente reputa intollerabili; trattamenti di sostegno vitale per rimanere in vita; possibilità per il paziente di prendere decisioni libere e consapevoli. Grazie a questi “paletti”, la Corte non ha liberalizzato in modo praticamente incondizionato il suicidio assistito e l’eutanasia, come in Olanda, in Canada e in Svizzera. In Italia l’accesso al suicidio assistito è sottoposto a regole stringenti, per tutelare possibili abusi su pazienti fragili.
La Corte ha chiesto una legge nazionale per dare corpo a questi criteri, ma il Parlamento finora non lo ha fatto. Di conseguenza, da un lato alcune persone hanno avuto accesso al suicidio assistito con l’intervento della Magistratura (tre casi finora nel Veneto), dall’altro alcune Regioni hanno provveduto con leggi regionali.
Il Consiglio Regionale del Veneto non ha quindi approvato il suicidio assistito, già possibile in Italia e nel Veneto, ma ha fissato alcuni importanti aspetti di organizzazione sanitaria, modificando sostanzialmente la legge di iniziativa popolare, promossa dall’Associazione Coscioni.
La novità, che ha sbloccato l’approvazione, è il richiamo rafforzato alle cure palliative, per minimizzare il dolore nel percorso verso la morte di pazienti inguaribili. Nel rispetto del secondo comma dell’articolo 32 della Costituzione (“Nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario se non per disposizione di legge”), non ci sarà alcun obbligo di ricevere cure palliative. Tuttavia, un medico palliativista dovrà far parte della Commissione che esprimerà il parere sull’accesso al suicidio assistito, e la Commissione, prima di decidere, dovrà assicurarsi che tali cure siano state proposte al paziente.
Oggi l’Italia è indietro sulle cure palliative: l’utilizzo pro capite della morfina è metà rispetto alla media europea; l’insegnamento delle cure palliative non è obbligatorio a Medicina; all’interno degli ospedali sono pochi gli psicologi specializzati ad accompagnare i pazienti inguaribili, i loro familiari e il personale sanitario che li assiste; anche nelle regioni del Nord Est vi sono differenze di accesso fra un’ULSS e l’altra.
In contemporanea all’approvazione della legge sul fine vita, il Partito Democratico (prima firmataria Anna Maria Bigon) ha presentato in Regione Veneto una legge che rafforza le cure palliative. Altre proposte legislative su questo tema attendono di essere discusse. La nuova legge sul fine vita potrebbe spingere in questa direzione, ma sono necessarie risorse adeguate. Sarebbe una scelta di civiltà: pochi malati inguaribili chiedono di morire, ma tutti vorrebbero soffrire meno possibile.
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