Legge elettorale, il “baco” del centrodestra: tra lo spettro di De Gasperi e i sabotaggi alleati

Il dossier più caro a Giorgia Meloni rischia di naufragare tra veti incrociati e dubbi costituzionali. Mentre la premier accelera, Lega e Forza Italia frenano: ecco perché il ritorno allo “Stabilicum” potrebbe finire in un nulla di fatto

Carlo BertiniCarlo Bertini

Se Giorgia Meloni pensa di far passare la legge elettorale anti-inciuci con la fiducia perché a corto di consensi, forse farebbe bene a guardare cosa capitò ad un gigante come Alcide De Gasperi, che fece lo stesso prima di lei: la “legge truffa” che introduceva un premio di maggioranza per dare stabilità ai governi fu approvata con voto di fiducia e “tumulti in aula” nel 1953 e fu abrogata l’anno seguente. Dopo non aver sortito alcun effetto per la Dc, che non strappò per un pugno di voti il premio di governabilità pur avendo messo insieme un cartello sterminato di forze, ma perse quasi il 9 per cento dei consensi. Le opposizioni invece li videro lievitare.

Senza indulgere in catastrofismi, dunque, è lecito dubitare della tenuta a breve-lungo termine del centrodestra, a causa del baco che indebolisce alla radice il dossier più caro alla premier, che ha già inquinato i rapporti tra alleati. Una riprova è la causa intentata da Carlo Nordio di Fdi a Mediaset per il caso Minetti (le parole pronunciate a Cartabianca da Sigfrido Ranucci), che fa pensare ad una profonda irritazione della premier verso i fratelli Berlusconi. I quali starebbero giocando – a detta delle malelingue in Parlamento – il ruolo di sabotatori occulti della legge elettorale. Fatto sta, che il balletto intorno ad un testo già fiaccato dalle frustate dei costituzionalisti, obbligherà i leader di Fdi, Lega e Forza Italia a rivedersi la prossima settimana, per provare a dipanare i nodi venuti al pettine: dettagli dove si nasconde il diavolo, come le soglie di ingresso in parlamento per i partiti non coalizzati (se fosse 3 o 4 per cento potrebbe fare la differenza per le strategie di Vannacci e Calenda).

Il clou della questione è però la percentuale massima di potere (tra il 52 e il 55%) ottenuta con il premio di maggioranza: se troppo alto, potrebbe finire sotto la scure della Corte costituzionale. Insomma, sul proscenio, la querelle verte su cose di questo tenore. Ma nella più politica delle leggi, il problema non può che essere squisitamente politico. E ce lo hanno in capo i due vicepremier.

Malgrado Matteo Salvini dica “tiriamo dritti”, sembra che di questa riforma gli importi poco: se è vero che ieri ha vietato a Roberto Calderoli di difenderla in un convegno del politologo D’Alimonte. Lega e Forza Italia infatti hanno un problema.

Antonio Tajani vorrebbe approvare lo “Stabilicum” ma non può, Salvini finge di volerlo approvare ma non vuole. Il ministro degli Esteri e segretario di Fi deve rallentare, perché i Berlusconi non vorrebbero legarsi mani e piedi a Giorgia e in caso di un pareggio potrebbero avere la scusa per svincolarsi da un’alleanza troppo schiacciata sulla destra estrema. A loro vedere, la legge in vigore oggi garantisce una maggiore autonomia di manovra: la vulgata che il Rosatellum favorisca un esito pari, fa breccia nei cuori dei Berlusconi più di un nuovo sistema “Giorgia-pigliatutto”. Salvini se la deve vedere invece con schiere di eletti, imbizzarriti dal sentir parlare di una legge proporzionale senza le sfide nei collegi dove i leghisti sono forti, perché radicati nei territori. Tanto che – come svelato dal Fatto Quotidiano – la metà di loro, temendo di non essere rieletti, non paga più le quote al partito prendendo così per il collo il Capitano. Il quale minaccia di sconquassi, facendo mandare al tesoriere una diffida a versare gli arretrati, che non sono pochi: considerando che i morosi sarebbero una cinquantina e la gabella al Carroccio ammonta a 3 mila euro mese, fatti due conti, la cifra pesa.

In attesa di trovare una quadra al loro interno, i big della destra gettano ami alle opposizioni per un dialogo che però non si apre, visto che Pd, 5stelle e la sinistra hanno mangiato la foglia. Ma la mina rischia di deflagrare: per Salvini e Tajani questa sarà la prova del nove, da questa partita Giorgia capirà quanto può fidarsi di loro. Entrambi vorrebbero mostrarsi leali e farle il regalo di approvare una nuova legge elettorale che scacci il fantasma di pareggi e governi tecnici e la incoroni candidata premier. Peccato che non possono. E i più navigati scommettono su un nulla di fatto.

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