L'effetto Trump sulle vite di tutti i giorni: così la “open diplomacy” genera ansia e incertezza globale

A un anno e mezzo dal ritorno alla Casa Bianca, la comunicazione sui social, i dazi e le minacce belliche destabilizzano mercati e cittadini

Valentine LomelliniValentine Lomellini

Il rientro dalle ferie è ormai cosa fatta per i più. Lo stacco dalla pausa estiva rende ancora più difficile riabituarsi al nuovo assetto della quotidianità: l’insostenibile insicurezza dell’essere.

È trascorso circa un anno e mezzo da quando The Donald è tornato alla Casa Bianca e, da allora, le oscillazioni della politica hanno investito come un treno la vita quotidiana della gente comune.

Il dissesto delle relazioni internazionali è certo precedente alla sua elezione del 2024, come ci ricorda l’attuale guerra in Ucraina. Ma quello che è accaduto successivamente ha prodotto una sensazione di insicurezza diffusa, fortemente correlata all’ovvio risalto che i mass e i social media danno alle dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti.

The Donald ritiene necessario eliminare il regime del Venezuela? Pensa che sia opportuno muovere guerra all’Iran? Inizia a riflettere sulla necessità di invadere Cuba e porre fine al decennale regime comunista dei due Castro?

E mentre ogni giorno pubblica i propri desiderata su X, annuncia contestualmente di essere amico di questo e quello, e quindi di poter negoziare e risolvere problemi annosi e complessi come il dissesto del Medio Oriente (dimentico, ovviamente, di aver contribuito ad aggravare la situazione).

Per non parlare della questione dei dazi.

Una sfiancante sequela di negoziati en plein air che tengono le borse e i cittadini del mondo col fiato sospeso.

Perché è questa la più grande novità della diplomazia à la Trump. Una versione più terra-a-terra della open diplomacy, lanciata circa un secolo fa dal suo predecessore Wilson. Il quale formulava la necessità che la diplomazia non si svolgesse nelle chiuse stanze del potere e che la popolazione fosse messa al corrente dei processi decisionali per evitare di ritrovarsi a combattere guerre mondiali decise alle più alte sfere.

Ma nella versione più basica di Trump, l’open diplomacy non serve l’alto ideale della democraticità delle relazioni internazionali, quanto piuttosto a generare confusione nell’opinione pubblica.

Il diretto corollario di questa ondata di informazioni caotiche è l’impatto che hanno sulla popolazione.

L’effetto disorientante è totale. Fare il pieno di gasolio prima del taglio delle accise? Concordare il mutuo ora prima che vengano al pettine le questioni finanziarie o che scoppi un’altra crisi?

Senza parlare delle aziende, soprattutto quelle di medie dimensioni, le quali – in un mondo sempre più interconnesso – o dipendono da materie prime straniere, o hanno la propria produzione altrove, oppure devono fare i conti con mercati esteri che si chiudono o si dissestano senza conoscerne esattamente la ragione.

Per la prima volta in decenni di soporifero disinteresse per le relazioni internazionali (o per la geopolitica, come è in voga chiamarle adesso), l’opinione pubblica si rende conto che queste contano e hanno un impatto diretto sulla vita quotidiana di tutti noi.

Pagando un prezzo in termini di ansia e stress che avremmo preferito evitarci.

Riproduzione riservata © il Nord Est