Il caso Flydubai: cosa cambia se il pilota era pazzo o terrorista
Ormai in vista di elezioni che potrebbero segnarne definitivamente la sorte, Netanyahu è parso oscillare tra due tentazioni: spingere il pedale sulla radicalizzazione islamista o non turbare troppo i rapporti con gli Emirati Arabi

Saranno, forse, le indagini a dire se, quanto è avvenuto a bordo del Dubai-Tel Aviv della compagnia emiratina Flydubai, teatro di un drammatico tentativo di dirottamento, è il gesto di un “lupo solitario” o di un folle. Insomma, se il secondo pilota del Boeing, che ha accoltellato il comandante e cercato di far precipitare il velivolo, è una sorta di pur non organico “Mohammed Atta”, il capo del commando qaedista che l’11 settembre 2001 ha condotto gli aerei dirottati a schiantarsi sulla skyline di Manhattan, o un “Adreas Lubitz”, il primo ufficiale con problemi psichici che, nel 2015, ha schiantato sulle Alpi un Airbus della German Wings con 150 persone a bordo.
Nella prima ipotesi, imboccata decisamente nelle ultime ore da Netanyahu parso in prima battuta, insolitamente più cauto dei suoi ministri della Difesa e degli Esteri, Katz e Sa’ar, si rimaterializzerebbe un incubo che, negli ultimi anni, pareva, se non dissolto, quanto meno rarefatto. In ogni caso, Bibi, non ha imboccato una pista destinata a condurlo a Teheran. Tanto da ammettere, suo malgrado, che allo stato attuale non ci sono connessioni evidenti con la Repubblica Islamica.
Ormai in vista di elezioni che potrebbero segnarne definitivamente la sorte, Netanyahu è parso oscillare tra due tentazioni. Da un lato, spingere il pedale sulla radicalizzazione islamista del copilota, tema da sfruttare al massimo per legittimare le proprie scelte politiche e militari; dall’altro non turbare troppo, insistendo sui mancati o non approfonditi controlli di sicurezza, i rapporti con gli Emirati Arabi, suo principale alleato nel Golfo da quando Dubai ha sottoscritto gli Accordi di Abramo. In quanto contraenti di quegli stessi Accordi, gli emiratini avrebbero dovuto evitare che un pilota di origine omanita, volasse su rotte “sensibili”.
Ma Bibi non può permettersi di mettere in crisi i rapporti di Israele con i paesi del Golfo, tanto più mentre l’Arabia Saudita pare convincersi che gli Usa non siano più in grado di garantire la loro sicurezza e che l’avvicinarsi a Israele porti solo problemi.
La vicenda è stata, così, occasione per constatare i complicati rapporti con i sauditi. Riad, infatti, non ha nemmeno consentito che aerei militati israeliani recuperassero i passeggeri, 169 israeliani e quattro americani con doppia cittadinanza, per riportarli a Tel Aviv. E, come avrebbe potuto, si sussurra nel Regno, vista l’assenza di rapporti diplomatici?
Non basta avere un comune nemico, l’Iran, per fare un’alleanza, si lascia trapelare a Palazzo al-Yamama. Scelta che ha comunque stizzito Bibi , preoccupato non solo dal fatto che Bin Salman condizioni la firma degli Accordi voluti da Trump al riconoscimento dello stato palestinese da parte israeliana , ma che, nonostante sia sotto pressione da parte di Teheran, il principe pare convinto che mostrarsi accondiscendente con Netanyahu, fomenti la delegittimazione interna e danneggi gli interessi sauditi nella regione.
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