Benzina e bollette, il price cap dà ossigeno ma non basta

Il tetto ai prezzi può alleggerire nell’immediato i conti di famiglie e imprese, ma senza interventi strutturali su energia, reti e dipendenza dalle fonti fossili il beneficio rischia di essere temporaneo

Marco ZatterinMarco Zatterin

Nelle prossime settimane il beneficio è scontato. Ma che il tetto al prezzo della benzina introdotto da Eni & Co., come la sforbiciata alle bollette energetiche, sia più che una cura palliativa per le famiglie e le imprese italiane resta da vedere. Se infatti la guerra trumpiana in Iran continuerà e i listini del greggio resteranno roventi, la buona volontà dei petrolieri (che si crede stimolata da Palazzo Chigi) potrebbe esaurirsi o risultare insufficiente. Per questo il limite artificiale a luce, gas e pieno rischia di trasformarsi in un boomerang: tutto può tornare d’un tratto come prima, a meno che il governo intervenga strutturalmente su raffinazione, reti, determinazione dei prezzi e distribuzione.

Prospettiva che, in vista del voto e alla luce degli esborsi che comporterebbe in una stagione di bilancio stretto, è con ricca probabilità condannata al libro dei sogni migliori. Non è un peccato mortale pensare che il price cap alle stazioni di rifornimento sia il risultato di una trattativa dietro le quinte fra il Team Meloni e i big del greggio. Non ci vuole grande fantasia per immaginare che la premier abbia chiesto un aiutino all’Eni, che per un terzo è dello Stato, magari brandendo l’ipotesi di un provvedimento sui profitti extra che il cane a sei zampe ha maturato dopo l’attacco a Teheran (utile del secondo trimestre a 2,3 miliardi, raddoppiato rispetto a dodici mesi prima).

Il colosso nazionale si è fatto bene i conti e ha accettato un centinaio di milioni di perdite teoriche al mese, appena il 5 per cento dei profitti del solo secondo quarto. Strategicamente ha senso, in Francia lo ha fatto anche Total. I governi guadagnano tempo (“Escogito ergo sum”, parafrasava il saggio), scelta utile se il tempo sarà usato come si deve. Qui cominciano le incognite. Tutto è legato alla scommessa che Washington e Teheran facciano la pace presto e Hormuz torni alla normalità, circostanza che pochi intravedono. I governi continueranno sinché possono a far pagare gli sconti ai “ricchi petrolieri” (aspettiamoci che nel giro entrino anche le banche), ma è un movimento d’emergenza che non può durare. Oltretutto è un doping che tiene alti i consumi quando gli analisti (e l’Ue) ripetono che sarebbe meglio comprimerli. In coda, i potenziali problemi di antitrust per vendita sotto costo, dumping e concorrenza sleale che seguiranno alle denunce di chi gestisce i benzinai, ma non fa immense economie di scala come Eni e Total.

È sempre una buona notizia quando si concede ai consumatori di prendere fiato. Eppure, senza una strategia a medio termine, sarà poco più di un gioco di prestigio. Bisognerebbe pensare a ridurre la dipendenza dalle fonti fossili (sono il 51% del mix) e incrementare le rinnovabili; tagliare e razionalizzare tasse e costi sull'elettricità, inclusi gli oneri generali di sistema (pesano il 7,6%); lavorare sull’efficienza con incentivi più mirati; spingere per l’interconnessione continentale delle reti; creare soluzioni per ridurre i consumi senza penalizzare cittadini e imprese; pressare i partner Ue per il riequilibrio dei meccanismi di acquisto delle materie prime. Ci vorrebbe insomma che lo sconto diventasse investimento e che i piani andassero oltre il nucleare del futuro. Oppure ogni beneficio svanirà. Come le più classiche delle lacrime nella pioggia, le nostre, anzitutto.

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