La finanza respira, l’economia non ancora

Basta un fatto potenzialmente positivo (com’è la riapertura di Hormuz) per rasserenare i mercati finanziari. Infatti, incorporano la buona novella nei prezzi finanziari, flessibili e reattivi, di gas e petrolio che rapidi scendono

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
Parigi, vertice internazionale sugli sforzi per la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Parigi, vertice internazionale sugli sforzi per la riapertura dello Stretto di Hormuz.

Il conflitto in Medio Oriente tra Iran e Usa prosegue duramente con danni per il commercio internazionale. Ne soffre l’economia mondiale, quella italiana compresa. Ora Teheran ha deciso di avvantaggiarsi in partita con un “asso politico”: la gestione dello Stretto. È il tira-e-molla sulla riapertura alla navigazione di Hormuz. Molte ancora le incertezze ma i mercati finanziari sono positivi. Ossia prezzano al ribasso (cala il premio di rischio) i contratti finanziari (diversi da quelli fisici) di gas e petrolio.

La cosa è logica. La finanza guarda al futuro (è il significato di speculare) e premia la sospensione del blocco di una grande arteria dell’economia globale: Hormuz. Nondimeno, l’ottimismo va preso a basse dosi. Infatti, il confronto geostrategico in atto riguarda uno snodo energetico/logistico del pianeta; quindi, nuove tensioni sono da considerare. Per il momento la finanza spera; invece l’economia reale inizia a fare i conti con l’inflazione.

Certo, se la diplomazia vincerà, anche per questa (che attiene a negozi, supermercati e distributori di benzina) ci sarà un ritorno positivo. Anzi, pure se la mossa di Teheran annunciasse la fine della guerra tra Iran e Usa/Israele, un conto da pagare ci sarà, come già registrano i bilanci delle famiglie. Questo perché i prezzi di gas e petrolio fisici si diffondono inflattivi lungo le catene di produzione e logistiche.

Inevitabilmente, su ciò la finanza ci ha messo del suo. Nel senso che, se fiuta crisi, chiede premi di rischio per le contrattazioni di petrolio e gas finanziarizzati (sono contratti di compravendita oggi pro futuro senza scambi fisici di merce). Ovvio che poi ciò influenzi i prezzi trattati nei mercati fisici. Ad esempio del greggio e sui prodotti di raffinazione. La qualcosa, alla fine, è inflazione.

Insomma, basta un fatto potenzialmente positivo (com’è la riapertura di Hormuz) per rasserenare i mercati finanziari. Infatti, incorporano la buona novella nei prezzi finanziari, flessibili e reattivi, di gas e petrolio che rapidi scendono. Purtroppo, per l’economia reale va diversamente. I suoi prezzi restano alti a lungo; al minimo “vischiosi”. Significa che, pure se ad Hormuz andasse tutto bene, essa dovrà pagare a lungo pegno.

Anche perché il Medio Oriente faticherà a tornare alle condizioni prebelliche. Brutalmente detto, ci sono i danni di guerra. Che richiedono, per porvi soluzione, sia capitali d’investimento (possibili solo in condizioni di pace credibili) sia stime precise dei danni subiti dalle infrastrutture che dei tempi per portare la situazione alla normalità dell’Hormuz prebellica. Per l’economia reale, cioè per i consumatori, vuoti d’offerta e prezzi in salita.

È questa una situazione di disagio che richiede risposte da parte delle classi politiche, nella fattispecie europee. Da affrontare prima che la tensione sui prezzi delle merci nei carrelli divenga dissenso politico. Il come – razionamento, come pare proporre Bruxelles, oppure tasse o ricorso al debito nazionale e/o europeo per sostenere le economie – è la sfida che i governi hanno di fronte. —

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