Sempre più vecchi, sempre più abbandonati
Da una trentina d’anni i demografi segnalano il trend di invecchiamento della popolazione: ma le risposte pubbliche sono rimaste sostanzialmente le stesse

Più vecchio, più solo, più dipendente da terzi. Sul Nord Est che verrà, da qui a una generazione, grava uno scenario inquietante, con una domanda di assistenza che riguarderà non meno di 800 mila grandi anziani tra Veneto e Friuli Venezia Giulia, e una risposta fin d’ora inadeguata in termini di risorse economiche e di servizi disponibili, a partire dalle strutture di accoglienza.
Già oggi novemila veneti e duemila friulani sono in lista di attesa per essere accolti in una Rsa, per mancanza di posti: e questo in un Nord Est che pure è l’area con maggiori dotazioni, pari a dieci posti-letto ogni mille abitanti; il Sud è fermo a tre.
Un futuro precario incombe sugli anziani con oltre 80 anni, che presentano una richiesta più elevata di assistenza, sia in ricovero che residenziale, e che risultano in forte aumento: nel 2050, in Veneto saranno 640 mila rispetto agli attuali 370 mila, in Friuli Venezia Giulia 150 mila rispetto agli 80 mila di oggi.
Sempre le proiezioni segnalano che si tratterà in prevalenza di persone sole, e di donne. A loro oggi, e ancor più domani, fanno fronte le Rsa per i casi più pesanti, con 33 mila posti letto in Veneto e 12 mila in Friuli Venezia Giulia; a chi resta a casa provvede un esercito di mezzo milione di caregiver (le badanti) tra le due regioni.
In ogni caso, troppe famiglie rimangono sostanzialmente sole a gestire il problema, con aiuti pubblici inadeguati: tre su quattro devono arrangiarsi in proprio. E le Rsa sono a loro volta in crisi sempre più urticante, con risorse economiche inadeguate e carenza di personale crescente, specie infermieri.
Da una trentina d’anni i demografi segnalano il forte trend di invecchiamento della popolazione, con i relativi fabbisogni; ma le risposte pubbliche sono rimaste e rimangono sostanzialmente le stesse.
Soltanto nel 2023 il governo ha varato una riforma del settore, con un paio di decenni di ritardo rispetto ai principali Paesi europei; dove oltretutto le strutture residenziali coprono il 4 per cento della popolazione, mentre l’Italia è ferma al 2. Ma la legge rimane una scatola vuota, in termini sia di risorse assegnate (occorrerebbero dai 5 ai 7 miliardi, oggi pura utopia) che di servizi da mettere in campo.
Ancor peggio va per l’Adi, l’assistenza domiciliare integrata: quella fornita dalle Asl offre solo singole prestazioni di tipo medico e infermieristico, inadeguate a gestire la complessità dei bisogni.
Il Patto per la non autosufficienza, sottoscritto nel 2021 da un’ampia coalizione sociale, spiega che la riforma introduce sì criteri più equi per distribuire le risorse tra le Regioni, ma lascia invariati i principali nodi: un’assistenza ancora frammentata, pochi servizi territoriali a sostegno delle famiglie, e risorse inadeguate per rispondere ai bisogni delle persone non autosufficienti. In buona sostanza, lascia gli anziani soli come prima. Non considerandoli cittadini con pari dignità, ma figli di quella cultura dello scarto che papa Francesco ha più volte denunciato. Del tutto inutilmente.
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