L’industria produce ma gli italiani non consumano

Guardando i dati da gennaio, per l’industria si rileva un andamento del tipo “sali e scendi”: il quadro globale l’ostacola più che aiutarla

Francesco MorosiniFrancesco Morosini
La sede centrale dell’Istat in via Cesare Balbo a Roma (foto Ansa)
La sede centrale dell’Istat in via Cesare Balbo a Roma (foto Ansa)

L’Istituto Italiano di Statistica (Istat) rileva mensilmente l’andamento della produzione industriale. È un indicatore costruito su un paniere di settori industriali rapportati al loro peso economico. Informa l’opinione pubblica sulle variazioni del valore aggiunto manifatturiero. L’Istituto così punta ad offrire il quadro della dinamica congiunturale dell’industria italiana. Quale esso sia, tra luci e ombre, lo si può evincere dai dati sulla produzione industriale del maggio 2026.

Il segno che proviene dalle fabbriche evidenzia qualche cenno d’affanno rispetto ad aprile. Per il vero, guardando i dati da gennaio, per la nostra industria si rileva un andamento congiunturale del tipo “sali e scendi”. Certo è che il quadro geopolitico globale l’ostacola più che aiutarla. Eppure, in positivo, le imprese tengono ancora il ritmo. Lo dimostrano i dati se li si inquadra nel trimestre di competenza (marzo e aprile). Precisamente rispetto a quest’ultimo la produzione è superiore del 0,9%.

Insomma, parrebbe eccessivo drammatizzare la frenata di maggio. Purché la si inquadri nell’andamento congiunturale dei mesi precedenti. Piuttosto merita notare, oltre i dati del solo maggio, che segnali d’allarme provengono dal settore dei beni di consumo. Tipiche al riguardo le difficoltà della filiera legno/arredamento. Attribuibili sia alle tensioni geopolitiche (che danneggiano pure l’export) che alla minore disponibilità di spesa dei consumatori. Qui oltre all’inflazione potrebbe iniziare a mordere la crisi demografica.

Tra i settori che tirano sempre e comunque c’è quello dell’energia. La cui crescita anno su anno è di oltre il 14%. Un risultato che è anche un paradosso. Nel senso che la conseguenza, se positiva settorialmente, può essere problematica per la sostenibilità del resto del sistema industriale. Nel senso, ecco il paradosso, che si traduce in problema di costi per la competitività dell’industria medesima. All’opposto, nonostante le “ombre” di maggio, mediamente l’economia manifatturiera mostra di avere un certo ritmo.

Insomma, come commenta lo steso Istat, facendo «eccezione dei beni di consumo, tutti i principali settori di attività mostrano incrementi rispetto all’anno precedente». Nondimeno, l’Istat mostra un tipo di crescita dell’industria con tratti dualistici. Nel senso che alcuni settori corrono di più. Tra questi emergono i mezzi di traporto, i prodotti chimici e la farmaceutica di base. È un bilancio congiunturale positivo su cui incombe, come accennato, una situazione geopolitica piuttosto complicata.

I dati dell’Istat confermano che l’industria italiana si è rimessa in moto però dopo tre anni di stasi. Significa che la manifattura si muove su un sentiero di crescita debole perché sempre sottoposto a shock esterni. La potenziale fragilità del manifatturiero italiano si nota se ne guardiamo la dinamica nell’arco temporale fine ’900/2026.

Vi emerge, tema di politica industriale, che dopo l’exploit 2021 post lockdown dell’80,4%, si ha una crescita piatta che è indice di fragilità. Anche le rose hanno le spine, potrebbe dirci l’Istat.

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