Iran, il doppio fronte che spaventa il regime
Dividere la protesta, evitare che si allarghi, reprimere duramente i “rivoltosi”, astenersi da mosse che possano favorire interventi esterni: questa la linea del regime

Il regime degli ayatollah trema davanti alle manifestazioni che incendiano le notti senza notte iraniane. Il “sistema” non riesce a placare la protesta, che unisce gli scontenti per la difficile situazione economica e quanti reclamano la fine del potere dei turbanti. In strada vi sono le donne senza velo e gli studenti universitari, ma anche i bazaari di Teheran e i molti che ritengono ormai insostenibile una situazione economica, gravata dagli effetti delle sanzioni internazionali, che provoca una crisi energetica senza precedenti e fa volare l’inflazione oltre il 40% .
È proprio la trasversale composizione della protesta a preoccupare il regime. Le manifestazioni del 2022, innescate dalla morte violenta di Mahsa Amini, avevano coinvolto soprattutto giovani e donne che chiedevano democrazia e diritti individuali. Una mobilitazione vasta ma non sufficiente a tessere alleanze politiche e sociali capaci di provocare la caduta del regime.
Questa volta potrebbe essere diverso: la protesta può diventare defezione. Anche perché a muoversi per primi sono stati i mercanti di Teheran, da sempre decisivi negli equilibri che consentono la tenuta del potere. Come nel 1979, quando i bazaari si schierarono con Khomeini e contro il tirannico shah Reza Pahlavi.
La Repubblica Islamica cerca di dividere la protesta, distinguendo tra “manifestanti” e “ rivoltosi”. Tra i primi il regime colloca i commercianti, generalmente situati su posizioni conservatrici anche se oggi esasperati dalla difficile situazione economica, e i ceti ostili per gli stessi motivi , che spera di convincere con incentivi e sussidi; tra i secondi quanti non sono ritenuti riassorbibili dal “sistema” e sono classificati come “mohareb”, nemici di Dio: accusa che comporta la pena di morte e prelude a una più dura e generalizzata repressione dei “rivoltosi”. Forse per opera dei Pasdaran, i membri della milizia ideologica , e prima forza armata del regime, impiegati, nella loro istituzionale funzione di “Guardiani della Rivoluzione”.
I turbanti temono, infatti, il serrarsi della doppia morsa costituita dal dilagare della protesta interna e dal suo attivo sostegno esterno. I segnali di unificazione di questi due fronti sono qualcosa di più che un fantasma. Le vittime della repressione sono ormai centinaia: eppure le manifestazioni non si arrestano.
Quanto al rischio esterno, è noto che Israele ritenga la Repubblica Islamica una minaccia strategica e punti a farla cadere: opzione che gli consentirebbe di ridisegnare un assetto geopolitico regionale rimodellato proprio dalla definitiva messa fuori gioco dell’ultimo e più temibile pilastro dell’Asse della Resistenza .
Un’opzione che gli stessi Usa di Trump potrebbero non lasciarsi sfuggire, dando corso a una nuova campagna di bombardamenti dopo la “guerra dei dodici giorni” dello scorso giugno e all’eliminazione mirata dei vertici: a partire dalla Guida Khamenei.
Tanto più se , il linea con la nuova dottrina del “mercato coatto” in voga alla Casa Bianca, guardassero all’Iran come a un nuovo Venezuela: un paese del quale sfruttare le risorse petrolifere , da sottrarre oltretutto a Russia e Cina, e “ incoraggiato” a incrementare la domanda interna a stelle e strisce.
Una prospettiva, quella dell’intervento esterno, che Teheran cerca di scongiurare minacciando, in funzione di deterrenza, di colpire le basi americane in Medioriente e Israele. Uno scenario che la Repubblica Islamica vorrebbe non si realizzasse perché aprirebbe la strada alla resa dei conti finale.
Dividere la protesta, evitare che si allarghi , reprimere duramente i “rivoltosi”, astenersi da mosse che possano favorire interventi esterni. Questa la linea del regime, che conta anche sui limiti di una mobilitazione ancora in gran parte spontanea: il movimento “Donna Vita Libertà” soffre dell’assenza di leadership.
Quanto all’unico pretendente dichiarato, il figlio del deposto shah di Pahlavi, rappresenta per molti iraniani un brusco ritorno al passato, anche se la sua forza viene dall’essere il solo ufficialmente in campo nel caso gli eventi precipitassero.
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