Il Nord Est non è più la locomotiva d’Italia

Vistoso arretramento nelle graduatorie europee del Pil pro capite, oltretutto di lungo periodo, a dispetto delle autoelogiative narrazioni ufficiali: negli ultimi trent’anni, il Veneto ha perso 45 posizioni, il Friuli Venezia Giulia 50

Francesco JoriFrancesco Jori

Non ci son più le locomotive di una volta. È finita nel deposito della memoria la mitica ETR. 200, la “Nuvolari della velocità”; così come la E. 444, detta “tartaruga” ma che tale non era per niente, visto che trainava i rapidi. Oggi è tempo di macchine da Frecciarossa: etichetta che a fatica si addice a un Nord Est non più titolato a fregiarsi di quel titolo di “locomotiva d’Italia” di cui andava fiero. A documentarlo sono da mesi una serie di inoppugnabili riscontri oggettivi, rinforzati di recente dai dati di Istat e Cgia. Il risultato è un vistoso arretramento nelle graduatorie europee del Pil pro capite, oltretutto di lungo periodo, a dispetto delle autoelogiative narrazioni ufficiali: negli ultimi trent’anni, il Veneto ha perso 45 posizioni, il Friuli Venezia Giulia 50.

A livello nazionale, la situazione non è certo più lusinghiera, specie per un Veneto segnato da una crescita stentata. La ricerca Cgia relativa all’andamento del Pil conferma un trend destinato a consolidarsi in questo 2026: è l’Emilia-Romagna a trainare l’economia del Paese. Alle sue spalle vengono Lazio e Piemonte; il Veneto è solo in decima posizione, scavalcato perfino da regioni come Abruzzo, Campania e Umbria. E se si guarda alle graduatorie territoriali, si scopre che tra le prime quindici province ben sei si collocano lungo la mitica via Emilia; per trovare la prima veneta bisogna scendere fino al quindicesimo gradino, occupato dalla un tempo derelitta Rovigo, mentre le due roccaforti industriali di Vicenza e Treviso sono relegate rispettivamente ai posti 55 e 69.

Le ragioni di questo sorpasso sono stranote da tempo, e al di là dei fattori specifici vanno individuate soprattutto nella capacità emiliana di fare sistema tra pubblico e privato che al Nord Est (Veneto in testa) fa difetto da sempre. Pure gli ingredienti di base ci sarebbero tutti: omogeneità politica di governo tra Roma e le tre Regioni; presenza imprenditoriale diffusa e vocata all’export; esistenza di una rete di università e centri di ricerca di qualità elevata.

Quel che manca è che queste componenti riescano a dialogare tra loro dando vita a una rete articolata, anziché curarsi ciascuno dei fatti di casa propria e non di rado pure a litigare anche su questioni strategiche: come dimostra vistosamente, tra i molti casi, quello di un’Alta velocità che sarà completata (dopo oltre trent’anni, e in ogni caso tra non meno di altri cinque-sei) per ultima in Italia; per di più comunque incompiuta, fermandosi a Venezia anziché estendersi a Trieste come previsto dai progetti iniziali.

Non ultima causa, l’assenza plateale di un ceto politico in grado di contare sulla scena nazionale, lì dove si prendono le decisioni che pesano; anche qui a diversità della confinante Emilia-Romagna. Gli ultimi leader davvero tali rimangono Toni Bisaglia e Gianni De Michelis; dopo di loro, il vuoto.

Per invertire questa consolidata tendenza, non bastano i provvedimenti pur significativi di cui si parla in queste settimane: occorre una strategia di lungo periodo, anche perché sul Nord Est incombe la devastante frana di una demografia sempre più dominata dagli anziani; per giunta con i migliori (e sempre meno) giovani che se ne vanno altrove per poter contare su un futuro migliore.

Si tratta di un compito che chiama in causa l’intera classe dirigente, dalla politica all’economia alla società; combattendo il rischio di adagiarsi su quella che l’autorevole economista Giovanni Costa, con una strepitosa immagine, chiama la pancia della meritocrazia. Altrimenti, lo scenario è quello sintetizzato nel titolo di un film di successo degli anni Ottanta: se tutto va bene, siamo rovinati. —

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